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La rana bollita - Una storia d'ansia, attacchi di panico e cambiamento - di Marina Innorta

I draghi non esistono e altre bugie per adulti e bambini

emozioni

Billy Bixbee fu piuttosto sorpreso quando una mattina si svegliò e trovò un drago nella sua stanza. Era un drago piccolo, più o meno delle dimensioni di un gatto. Il drago si mise a scondinzolare felice quando Billy gli fece una carezza sulla testa. Billy andò di sotto a dirlo alla madre.
"I draghi non esistono!" rispose la madre di Billy. E diceva sul serio.

Billy Bixbee è il protagonista di una favola che si intitola There's No Such Thing As a Dragon scritta da Jack Kent, scrittore e disegnatore americano di libri per bambini.


Il drago nella camera di Billy

Billy è un bambino ubbidiente e se sua madre dice che i draghi non esistono lui ci crede... anche se il drago è lì che saltella sul tavolo durante la colazione.

Decide quindi di ignorare quella strana presenza. Ma più Billy (e sua madre) fanno finta di non vedere il drago, più questo cresce, fino a diventare enorme.

Diventa così grande da occupare l'intera casa.

Quando il padre di Billy rientra dal lavoro è costretto a camminare sulla testa del drago per potere raggiungere la porta di casa. Chiede cosa sia successo e quando Billy dice che è stato il drago, la madre di nuovo insiste: i draghi non esistono! Stavolta però Billy non ci sta: Oh sì che esistono - dice - e questo qui è diventato enorme.
Mentre dice così, fa al drago un'altra carezza sulla testa.

Il drago di nuovo sorride e muove la coda... e diventa un po' più piccolo. Bastano altre due o tre carezze e torna a essere piccolo e mansueto. Ora a casa di Billy nessuno dice più che i draghi non esistono, e anzi la mamma se lo prende tra le braccia proprio come se fosse un gattino.

Chissà perché era diventato così enorme domanda la madre. Ma a questo punto Billy ha capito tutto: Non ne sono sicuro - risponde - ma credo che volesse solo essere riconosciuto.

Billy accarezza il drago



Una bella favola, no?

Ogni volta che cerchiamo di resistere a qualcosa, o di negare una realtà, questa diventa sempre più grande e potente.

Ciò a cui resisti, persiste.

Ognuno di noi è fatto di luce e ombra. Siamo capaci di provare gioia e amore. Sappiamo essere costruttivi, positivi, generosi. Ma proviamo anche rabbia, paura e dolore. Siamo egoisti, pessimisti, e talvolta angosciati e angoscianti.

Proviamo stress, stanchezza, tristezza, dolore, delusione, vergogna. E molti di noi sono abituati ad attivare sempre la stessa risposta davanti a queste emozioni difficili: il rifiuto.

È come un irrigidirsi, un crampo, una nevrosi. Diciamo no: questo nella mia vita non lo voglio.

No, perché io pretendo di essere felice; no, perché io voglio essere forte; no, perché io voglio essere perfetto; no, perché tristezza, amarezza, delusione, rabbia, paura sono cose da sfigati, da deboli. Sono quelle che qualcuno chiama negatività e bisogna starne alla larga.

Ma intanto i draghi crescono.

Inside Out e il diritto di essere tristi

La storia di Billy Bixbee e del suo drago ha qualche punto di contatto con la storia di Riley, la dodicenne protagonista di Inside Out - l'ultimo film targato Disney Pixar.

Il film - che è stato scritto con la consulenza di due famosi psicologi esperti di emozioni - si svolge quasi interamente nel mondo interiore di Riley. Cinque emozioni fondamentali - Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura - hanno il loro bel da fare nell'affrontare, per la prima volta, una situazione difficile nella vita di Riley.

La famiglia attraversa infatti un brutto momento: il padre ha problemi sul lavoro e devono cambiare casa e città. Riley entra in crisi. Si trova senza amici, in una città sconosciuta, in una casa piccola e malconcia, e perfino la pizza è cattiva. Dentro di lei si scatena un pandemonio di emozioni contrastanti e tutto il suo mondo comincia a scricchiolare.

Gioia - che fino a quel momento era stata la protagonista incontrastata della vita interiore di Riley - si trova a dovere fare i conti con Rabbia, Paura, Disgusto e - soprattutto - con Tristezza.

Gioia e Tristezza sono le vere protagoniste del film. Brillante, solare ed esuberante la prima, scontrosa, impacciata e remissiva la seconda.

Durante tutto il film Gioia non fa altro che cercare di tenere sotto controllo Tristezza affinché non faccia danni nella vita di Riley.



Inside Out Gioia e Tristezza

Gioia e Tristezza


C'è una scena in particolare che rivela la chiave di lettura del film. Riley è a letto, la prima notte dopo il trasloco. Sua madre le dice che è importante vedere che la figlia continua a mostrarsi felice malgrado la situazione di difficoltà. Le dice che lei e il marito sono genitori fortunati ad avere una figlia sempre così piena di gioia.

E così, senza volerlo, la madre manda la figlia in confusione nel momento in cui toglie legittimità alla tristezza, alla rabbia, alla paura e al disgusto che prova Riley in quella nuova situazione.

Gioia cerca di esercitare il suo controllo su Tristezza, ma non ci riesce perché Tristezza comincia a comportarsi in modo sempre più strano.

È quello che succede nelle situazioni di disagio emotivo. Quando cerchiamo di negare, reprimere, bloccare le emozioni negative, queste diventano enormi e incontrollabili, come il drago di Billy Bixbee.

Quando poi la confusione nell'universo emotivo di Riley raggiunge l'apice, tutte le emozioni si spengono. Come a dire che il vero pericolo non è che le emozioni negative possano prendere il sopravvento. Il pericolo vero è quando non siamo capaci di provare più niente.

Non possiamo decidere noi quali emozioni provare. Se imponiamo a noi stessi la gioia quando in verità è la tristezza - o altro - a dominarci, rischiamo di ammalarci. Le emozioni funzionano bene se diamo a noi stessi il permesso di provarle tutte. Se invece cerchiamo sistematicamente di reprimere quelle che non ci piacciono, il rischio è di ritrovarci vuoti come zucche.


Inside Out - Paura, Tristezza, Gioia, Disgusto, Rabbia

Paura, Tristezza, Gioia, Disgusto e Rabbia


Per Riley le cose tornano a posto, ma non - come si potrebbe pensare - quando Gioia torna al comando. Al contrario, finalmente è Tristezza a sapere qual è la cosa giusta da fare.

Riley è triste. Quel trasloco per lei è una sventura. Ha perso tutti i suoi punti di riferimento, la casa nuova è un disastro, suo padre è sempre preoccupato... perché diamine dovrebbe essere felice? Perché cavolo non può dare libero sfogo alle lacrime e accettare la tristezza?

E così si dà il permesso di essere triste. E lì accade un piccolo miracolo perché i suoi genitori, nel momento in cui si trovano a consolarla, posso ammettere che sì, anche loro sono tristi, e preoccupati, e non ne potevano proprio più di continuare a fingere che andasse tutto bene.


La dittatura del pensiero positivo

Non essere triste, tirati su, cerca di non pensarci, non piangere, non avere paura. Quante volte ci siamo sentiti dire cose del genere? E quante volte - senza rifletterci troppo - le abbiamo dette a qualcuno per consolarlo?

Magari proprio a un bambino, che invece avrebbe bisogno di imparare a riconoscere tutte le sue emozioni e a imparare come affrontarle.

Siamo immersi in questa cultura del pensiero positivo. Si apprezza che le emozioni negative vengano nascoste, trattenute nell'intimo.

Ci siamo fatti l'idea che per reagire al dolore in modo dignitoso sia necessario non manifestarlo e rifuggiamo sistematicamente dall'espressione dell'infelicità.

Al massimo ci concediamo un paio di lacrime ai funerali, rigorosamente celate dagli occhiali da sole. Non sia mai che qualcuno possa vederci con gli occhi rossi.

È come se la felicità fosse diventata un obbligo sociale. Se non sei felice hai qualcosa che non va, meglio se te ne stai per conto tuo. Torna in mezzo agli altri solo quando avrai ritrovato il sorriso.

Non dico che dobbiamo subire passivamente tutti i nostri stati d'animo negativi e lasciarci andare alla disperazione a ogni contrattempo. E nemmeno che sia auspicabile crogiolarsi nella commiserazione piangendo sulle spalle degli altri ogni tre minuti.

Dico solo che la vita non è fatta di sola gioia. Ha poco senso aspettarsi che sia così. Ha poco senso rinnegare i sentimenti, le emozioni e i pensieri negativi. Meglio imparare a farci i conti prima possibile.

Ci sono, fanno parte della nostra vita e della nostra esperienza. Negare la loro esistenza e sforzarci a ogni costo di stare sempre bene non ci porterà lontano.


4 buoni motivi per accettare le emozioni negative

Gli psicologi chiamano questo fenomeno: evitamento. Succede ogni volta che cerchiamo di allontanare bruscamente uno stato d'animo negativo scappando via come fosse un cane rabbioso che ci morde le caviglie.

L'evitamento può sembrare la strategia migliore per gestire le emozioni negative, ma nel lungo periodo si rivela e un vero e proprio boomerang procurandoci molto più dolore di quello che abbiamo cercato di evitare.

Ci sono almeno quattro buoni motivi per accettare tutte le nostre emozioni, anche quelle più dolorose.

Ecco quali sono.

  1. Se accetti le tue emozioni, accetti la realtà della situazione in cui ti trovi. Non dovrai sprecare energie cercando di allontanare l'emozione e potrai invece dirigere le tue azioni nella direzione desiderata.

  2. Quando accetti un'emozione hai la possibilità di imparare qualcosa: prendi confidenza con quell'emozione e puoi imparare come gestirla. Se ti limiti a evitarla non imparerai mai niente e proverai sempre lo stesso disagio ogni volta che ti capiterà di averci a che fare.

  3. Ogni volta che accetti di provare una emozione negativa stai dicendo a te stesso: in fondo non è così male, posso sopportarlo. In altri termini diventi più resiliente. Le emozioni (e i pensieri) negativi ci procurano disagio, fastidio, ma non sono veramente pericolosi.

  4. Infine - e qui torniamo al nostro amico Billy Bixbee e al suo drago - accettare una emozione negativa significa sottrarle gran parte del suo potere distruttivo. Sembra controintuitivo, ma è la stessa cosa che succede a un nuotatore in difficoltà. Agitarsi, andare nel panico e cercare di contrastare la corrente, non fa altro che peggiorare la situazione. L'energia si esaurisce e presto si soccombe. Se invece ci lasciamo andare e accettiamo che la corrente ci porti dove vuole, prima o poi diventerà più debole e saremo in grado di nuotare fino a riva. In altre parole se sappiamo accettare una emozione negativa, questa farà naturalmente il suo corso.

Va da sé che accettare ogni emozione non significa però agire di conseguenza. Non vuol dire cioè che le nostre azioni debbano sempre essere dettate dalle emozioni del momento. Un conto è ammettere di essere arrabbiati, e lasciare che la rabbia scorra liberamente dentro di noi (anche se fa male); tutto un altro conto è mettersi a spaccare sedie o a tirare pugni contro il muro.

Questo lo spiega molto bene lo psicologo Russ Harris in quel bellissimo libro che si chiama La trappola della felicità quando dice che non possiamo scegliere quali emozioni provare, ma sempre (o quasi sempre) possiamo scegliere come comportarci.

Tu che ne pensi? Hai confidenza con i tuoi stati d'animo negativi o tendi a evitarli?

Intanto ti lascio con Billy Bixbee e il suo drago. Avessi un figlio dell'età giusta non esiterei a raccontargli questa favola ;)


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