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La rana bollita - Una storia d'ansia, attacchi di panico e cambiamento - di Marina Innorta

L'arte sottile di essere contenti senza accontentarsi

Felicità

Cambiare vita. Chi non l'ha desiderato almeno una volta? Essere migliori, eliminare i lati negativi nel nostro carattere, raggiungere degli obiettivi, avere successo e vivere felici e contenti.

Non studio abbastanza, non sono abbastanza magro, fumo, bevo, spendo troppo. Non so tenere la casa in ordine, perdo troppo tempo su internet, la mia alimentazione non è salutare. Sono troppo timido, non ho abbastanza autostima, le mie relazioni sono un disastro, sono flaccido come un budino e ho pure la forfora.

Quando ci confrontiamo con questo tipo di problemi - con alcuni, non tutti assieme mi auguro - qual è il nostro desiderio più grande?

Potere dire: ok, da domani si cambia. In fondo dipende da me, no? Chi mi impedisce di studiare di più, di tenere ordinata la casa, di mangiare sano, di fare sport, di smettere di sprecare tempo e soldi?

Nessuno te lo impedisce. E quindi, sì, da domani si cambia!

Cambiare vita



Se ci metti abbastanza entusiasmo e motivazione, ci riesci anche a dare una svolta alla tua vita... almeno così sembra.

Ma poi, quante volte tutta questa rivoluzione non regge alla prova del tempo?

I buoni propositi si sfilacciano. Quella foto di te sorridente nel futuro finalmente appagato, soddisfatto, perfetto, comincia a sbiadire.

Torni al punto di partenza. Anzi, hai fatto un passo indietro perché ora ti ritrovi con un fallimento in più, e hai ancora meno fiducia in te stesso.

Ti rimproveri per non avere avuto abbastanza forza di volontà.

Scateni il tuo giudice interiore e concludi che sei il solito fallito, mollaccione, pigro, incapace e inconcludente.

E per consolarti da tutto questo hai bisogno di fumare un'altra sigaretta, di ingozzarti di cibo, di spendere uno stipendio in vestiti, di passare tre giorni spiaggiato sul divano.

Cosa c'è di sbagliato in te? Perché non ci riesci?


I gatti e l'accettazione incondizionata

L'unica cosa che c'è di sbagliato in te è che credi che sia qualcosa di sbagliato in te.

Io ho due gatti. O meglio: io vivo con due gatti. Sarei sciocca a considerarli di mia proprietà.

Sono fratelli, ma molto diversi uno dall'altro.

Tobia è un gatto magro, molto vispo, irrequieto e chiacchierone. Era il più piccolino della cucciolata. Quando siamo andati al gattile a prenderlo ci dissero: se ne prendete due, per favore, uno dei due che sia lui, perché è quello che ha più bisogno. In effetti era un bel po' spaventato e agitato, e non faceva altro che cercare di scappare.

È un gatto molto intelligente e anche ostinato. Quando vuole qualcosa ti si piazza davanti e strilla finché non l'hai accontentato. È sempre a caccia di coccole e attenzioni. Un po' è rimasto quello che ha più bisogno.



Semola era il più bello di tutti. Paffuto, tranquillo, dolce. Crescendo è diventato un gattone flemmatico. La sua giornata ideale si trascina tra il letto, le sedie della cucina e il divano. Ha solo due picchi di attività: al mattino presto quando gioca con il fratello, e la sera quando esce a farsi una passeggiata sul pianerottolo.

È il tipico gatto che si fa gli affari suoi, indipendente. Con il passare degli anni è ingrassato troppo. Per ora è giovane e - come dice la veterinaria - scoppia di salute. Ma se non troviamo il modo di farlo dimagrire potrebbe avere qualche problema di salute con il passare del tempo.

Quelli nelle foto non sono i miei gatti, ma ci somigliano abbastanza.

Ora tutta questa manfrina sui gatti è solo per dire una cosa: io li amo, entrambi, allo stesso modo. Non saprei dire chi è il mio preferito.

Semola forse è più bello, ma Tobia è più intuitivo e veloce. Semola si fa gli affari suoi tutto il giorno mentre Tobia non perde occasione per riempirti di affetto. Uno è troppo flemmatico, l'altro troppo nervoso. Sono pieni di pregi e difetti e davvero io non saprei scegliere tra loro.

Questa si chiama anche: accettazione incondizionata. Li amo così come sono e qualsiasi cambiamento dovesse verificarsi in loro non cambierebbe per nulla il mio affetto.

Certo se Semola dimagrisse sarei contenta per la sua salute. Se Tobia fosse più tranquillo mi sentirei meno in colpa quando sono costretta a sgridarlo perché cerca di mangiare le piante della vicina.

Ma nessuno di questi cambiamenti potrebbe modificare di un millimetro il fatto che sono i miei gatti e li amo incondizionatamente per come sono.

La domanda è: siamo capaci di fare la stessa cosa con noi stessi?

Cioè accettarci in modo incondizionato esattamente così come siamo?



Perché vuoi cambiare?

Ogni volta che ti metti in testa di fare qualche cambiamento nella tua vita - di migliorare il tuo corpo, il tuo carattere, le tue prestazioni o i tuoi risultati - fatti una domanda: perché lo fai?

C'è un desiderio genuino di rispettare il tuo corpo, la tua salute, le tue esigenze? C'è che credi profondamente in un certo progetto e sei disposto a dare tutto per farlo decollare? C'è che ami qualcuno e vuoi rendere la sua vita migliore?

Allora ok, semaforo verde.

Se invece pensi che ci sia qualcosa di sbagliato in te, qualcosa che devi aggiustare, perché così, dopo, ti sentirai meglio con te stesso... fermati un attimo perché forse non è di un cambiamento che hai bisogno.

Provo a fare un esempio.

Vuoi diventare una persona più ordinata e tenere meglio la casa?

Perché?

  1. Perché odi il tuo disordine, ti vergogni di come tieni casa tua, pensi a cosa direbbero i tuoi colleghi se ti venissero a trovare all'improvviso. Sogni di avere finalmente una casa perfetta, lucida e brillante, in modo da potertici specchiare e dire: ah sì, sono finalmente una persona a posto.

  2. Oppure perché sarebbe piacevole, tornando a casa dal lavoro, trovare un ambiente pulito e accogliente. Perché nell'ordine ti trovi meglio e non ti succederà più di dovere ribaltare casa per ritrovare quel documento importante. Perché vuoi che tutti quelli che vivono con te stiano meglio e più comodi in una casa ordinata.

Ecco: l'obiettivo di cambiamento è lo stesso, ma i due tipi di motivazione, se ci pensi, sono molto diversi. Una nasce dall'insoddisfazione e dal bisogno di essere diverso da quello che sei per poterti accettare. L'altra nasce da un tranquillo e sincero desiderio di miglioramento, per il bene tuo e dei tuoi cari.

Lo so, gli esseri umani sono creature complesse e le cose non sono mai completamente bianche o nere. Quando senti il bisogno di cambiare, di migliorare, di crescere, non è sempre così facile capire da dove viene questa spinta.

Però è importante provare a capirlo perché se la spinta è solo quella sbagliata finisce che ci facciamo del male in un modo o nell'altro.



Accettazione, autostima e cambiamento

Ok, ho scritto mezzo articolo di delirio personale. Non c'è nemmeno uno scienziato di Harvard né un bel libro pieno di ricerche ed esperimenti a dimostrare quello che sto provando a dire.

È che non ho ancora trovato qualcuno che abbia sviscerato a fondo questo tema - probabilmente esiste ma io ancora non l'ho identificato (si accettano suggerimenti al riguardo).

Però sto seguendo delle piste e giuro che non sto parlando a casaccio :)

Per esempio, Nathaniel Branden, psicologo studioso dell'autostima. Ha scritto un libro diventato un classico dell'argomento: I sei pilastri dell'autostima.

E qual è il secondo di questi pilastri? Guarda caso, l'accettazione.

Parole sue (traduzione al solito un po' a braccio mia):

Accettare se stessi significa essere disponibili ad assumere la piena responsabilità dei nostri pensieri, sentimenti e azioni senza alcun tentativo di evadere, rifiutare o negare e senza ripudiare se stessi. Significa dare a te stesso il permesso di pensare quello che pensi, di provare le emozioni che provi e di guardare alle tue azioni per quello che sono senza che sia necessario apprezzarle, avvallarle o giustificarle. È la virtù del realismo applicata a se stessi.

L'accettazione quindi è una delle basi su cui poggia una buona autostima. Non è che devi diventare migliore per avere una buona autostima. Piuttosto devi cominciare a fare i conti con quello che sei e accettarti in pieno.

E questa accettazione di certo non significa rassegnazione, o lasciare le cose come stanno perché va sempre tutto bene e comunque. È piuttosto come una base solida sulla quale cominciare a muovere qualche passo.

Carl Rogers, un nome importante nella storia della psicologia, fondatore della terapia centrata sul cliente. In un libro che risale ai primi anni '60 ha scritto:

Il paradosso curioso è che quando cominci ad accettare te stesso per come sei, diventi anche capace di cambiare.

Vero è un paradosso. Molte persone pensano che essere insoddisfatti sia la motivazione migliore per il cambiamento. E se fosse tutto il contrario? Se il cambiamento che desideri per te sia possibile solo se prima accetti in modo totale e incondizionato la situazione come è ora?

Poi c'è la meditazione. E in effetti pareva strano che potessi scrivere un intero articolo senza parlare nemmeno un po' di meditazione :)

La parola tibetana con la quale si indica la meditazione significa letteralmente familiarizzare. Cioè conoscere, ma anche fare amicizia. La pratica di meditazione è un modo per avvicinarci a noi stessi in modo gentile e non giudicante. È una pratica di accettazione anche questa.

Sentite cosa dice Pema Chödrön - una monaca buddhista di tradizione tibetana:

Viene comunemente accettato l'equivoco fondamentale secondo cui dovremmo cercare di elevarci, diventare migliori di ciò che siamo e stare alla larga dalle cose che ci procurano sofferenza [...] Ma il fatto è che il desiderio di cambiare è una forma di aggressione verso se stessi. Un altro problema è che i nostri conflitti psicologici, purtroppo o per fortuna, contengono la nostra ricchezza. Le nostre nevrosi e la nostra saggezza sono costituite dallo stesso materiale. Se buttiamo via le nevrosi, buttiamo via anche la saggezza.

Pesante non è vero? Il desiderio di cambiare è una forma di aggressione verso se stessi. Questa affermazione mi fa riflettere e mi inquieta un pochino.


Essere contenti

Tra le suggestioni seguite fino qui voglio tornare su quel curioso paradosso: quando accettiamo fino in fondo quello che siamo diventiamo anche capaci di cambiare.

Allora spingerci verso un cambiamento non sempre è la cosa giusta da fare. A volte dobbiamo solo ascoltare, capire, essere gentili. Stare fermi.

Essere contenti di quello che c'è. Esercitare la nostra capacità di vedere il bello, il buono, il positivo dentro di noi e nella nostra vita.

Ci sono tanti piccoli esercizi da fare per ritrovare il nostro valore quando ci sembra di averlo smarrito.

Scrivere ogni sera tre cose positive successe durante la giornata. Anche un banale cielo azzurro.

Fare un elenco dei tuoi pregi. E un elenco con le cose buone della tua vita.

Provare a smettere di confrontarsi di continuo con gli altri.

Esercitare ogni giorno la gratitudine. Anche il semplice fatto di essere vivi merita di essere riconosciuto come un grande valore, per nulla scontato.

Riconoscere che certi desideri non sono altro che fantasie dettate dal perfezionismo, e quindi lasciarli andare.

E anche...

Chiudere gli occhi e immaginare di essere un gatto. I gatti sono sempre perfetti, non hanno bisogno di cambiare.

Certe volte bisogna aspettare. Aspettare con calma il momento giusto. Osservare che piega prendono le cose, senza cercare di intervenire a tutti i costi. Sforzarsi di guardare la situazione in modo imparziale. Facendo così, si capisce naturalmente cosa è giusto fare. - Haruki Murakami, Dance, dance, dance -


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