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La rana bollita - Una storia d'ansia, attacchi di panico e cambiamento - di Marina Innorta

Alcune cose che forse non sai sui tuoi obiettivi

Crescita personale

Hai fissato degli obiettivi nella tua vita? Probabilmente hai fatto bene. Gli obiettivi però sono una cosa delicata da maneggiare. In questo articolo trovi tre storie che insegnano come evitare di farci fregare dai nostri stessi obiettivi.


Prima storia: quando il prezzo è troppo alto

Il 10 maggio del 1996 sul monte Everest si verificò una tragedia. Otto persone persero la vita - e molte altre rischiarono di perderla - dopo avere raggiunto la cima del monte più alto della terra, a oltre 8.000 metri di altezza. È una storia che ha suscitato un certo clamore e che per alcuni aspetti non è mai stata del tutto chiarita.

La storia racconta che in quei giorni ci fu un certo affollamento da quelle parti. Tre diverse squadre, per un totale di 34 scalatori (guide comprese) si trovarono nello stesso giorno ad affrontare l'ultima parete rocciosa - l'Hillary Step - prima della cima. Ci furono una serie di incomprensioni, una squadra si rifiutò di rimandare di un giorno la salita, e così l'ultimo tratto di scalata si trasformò in un collo di bottiglia che rallentò tutti.

Il tempismo per chi affronta la vetta dell'Everest è una variabile fondamentale. Se parti dall'ultimo campo a mezza notte puoi aspirare ad arrivare in cima attorno a mezzogiorno o poco dopo. Se non ce la fai entro l'orario stabilito, che varia tra mezzogiorno e le quattordici, devi tornare indietro. Si chiama turnaorund time. Non si può arrivare in cima dopo quell'ora perché poi diventa troppo pericoloso scendere: diventa buio e la temperatura cala molto rapidamente. Non è una di quelle misure cautelari che nessuno prende sul serio. Arrivare a 8mila metri e scendere è oggettivamente pericoloso. Un sacco di persone ci lasciano le penne per il freddo, per problemi d'ossigeno, perché il nostro corpo a quelle altezze non è in grado di funzionare bene. Rispettare i tempi è questione di vita o di morte.

Il monte Everest - Crediti immagine: shrimpo1967 [CC BY-SA 2.0], via Wikimedia Commons

Quel giorno però il turnaorund time non venne rispettato. La giornata sembrava perfetta, l'ingorgo aveva rallentato tutti, e tutti volevano raggiungere comunque il loro traguardo, a dispetto del rischio che stavano correndo.

L'ultimo gruppo raggiunse la vetta alle quattro del pomeriggio, ben due ore dopo l'orario limite. Le nuvole - che tutti avevano comunque visto all'orizzonte già dal mattino - si trasformarono in una bufera di neve. La temperatura scese sotto i -40 gradi e malgrado i soccorsi si fossero mossi praticamente subito, ben otto persone persero la vita.

Di questo evento si è parlato molto e sono stati scritti alcuni libri per ricostruire e interpretare i fatti.

Una delle questioni chiave è: perché non sono tornati indietro? Perché così tante persone hanno deciso tutte assieme di ignorare il turnaround time? La situazione era chiara: bisognava rinunciare alla meta e tornare indietro. Eppure non lo fecero.

Sull'Hymalaya quel giorno c'era anche Christopher Kayes, un giovane mediatore di borsa che si era preso una vacanza prima di rilanciare la sua carriera come consulente aziendale. Kayes non era lì per la scalata, voleva solo godersi un lungo trekking nella natura nepalese. Si trovò però coinvolto negli eventi di quella giornata e negli anni successivi l'incidente dell'Everest divenne un suo pallino.

In un libro che si chiama Destructive goal pursuit Christopher Kayes ha elaborato una sua teoria sul motivo per cui quel giorno nessuno rispettò il turnaround time. Il problema secondo lui è che avevano tutti sopravvalutato l'importanza della meta: volevano assolutamente arrivare in cima. Erano stati portati alla rovina dalla loro passione per i traguardi.

È un esempio di come gli obiettivi, se perseguiti ciecamente a dispetto di tutto, possono diventare altamente distruttivi.

Il punto è che non si può fissare un obiettivo e perseguirlo ignorando il contesto e le conseguenze di quello che facciamo.

Cercare di raggiungere a ogni costo il traguardo che ci siamo prefissati non è sempre una buona idea. Occorre mantenere sempre la capacità di analizzare il contesto in cui ci stiamo muovendo. Elaborare i segnali che provengono dall'ambiente attorno a noi e sapere adattare le nostre strategie a quello che sta succedendo. E capire quando è il momento di tornare indietro. Sapere rinunciare quando necessario.

Probabilmente è vero che in molti casi stringere i denti e andare avanti è una buona strategia. Siamo poco abituati alle difficoltà ed è facile che ci venga voglia di rinunciare troppo presto. Quindi ok, l'esortazione a non mollare probabilmente è valida in molti casi.
Ma non è sempre così: le situazioni in cui la cosa giusta da fare è rinunciare all'obiettivo esistono, e sono molte. Ignorarle è pericoloso, anche se non stiamo scalando l'Everest.

Seconda storia: l'obiettivo lo raggiungi solo quando smetti di inseguirlo

Niccolò Campriani è un campione di tiro a segno. L'abbiamo visto ai giochi olimpici di Rio portarsi a casa due medaglie d'oro, che si aggiungono all'oro e all'argento di Londra 2012.

Qualche anno fa ha scritto un libro dal titolo: Ricordati di dimenticare la paura in cui racconta come ha affrontato e superato un momento critico nella sua vita di atleta.

Nel 2008 Niccolò Campriani era alle olimpiadi di Pechino, e stava per coronare il sogno di una vita. Gareggia nelle eliminatorie della sua specialità, la carabina, ma non arriva oltre il dodicesimo posto e viene escluso dalla finale.

Perse quella gara - e alcune di quelle successive - sempre per lo stesso motivo: sbagliava l'ultimo tiro.

Nel suo ambiente era considerato un agonista puro, uno che per vincere lottava fino allo stremo, e questo era considerato il suo punto di forza.

Finché però non fu proprio questa voglia di vincere a dargli la fregatura: faceva una bella gara, ma quando arrivava a un passo dalla meta, la paura prendeva il sopravvento.

Dopo avere mancato la finale a Pechino per colpa della maledizione dell'ultimo colpo, Campriani attraversa una fase difficile. Ha deluso se stesso, la famiglia, l'allenatore, la squadra. Nelle gare immediatamente successive si accorge che la maledizione dell'ultimo colpo non l'ha abbandonato. Capita sempre la stessa cosa: più il tiro è importante, più la paura cresce. Il battiti del cuore volano oltre i 180 al minuto e il braccio che dovrebbe essere immobile comincia a tremare. E c'è ben poco da fare perché la velocità a cui batte il tuo cuore non è qualcosa che puoi tenere sotto controllo con la forza di volontà.

Per cercare di uscire da questo impasse decide di partire per gli Stati Uniti con una borsa di studio per sportivi. Va in un college nel West Virginia per proseguire gli studi di ingegneria e continuare ad allenarsi.

Lì decide di farsi aiutare da uno psicologo dello sport che a sua volta era stato un tiratore. Assieme a lui piano piano scopre la chiave per superare la maledizione dell'ultimo colpo.

Capisce che il suo punto di forza era anche quello che lo fregava. Perché quando vuoi una cosa - in quel caso vincere - e la vuoi con tutto te stesso, apri anche la porta alla paura di non riuscire a ottenere ciò che tanto desideri.

La voglia di fare centro si traduce nel panico di non farlo

Capisce che per tornare a vincere deve lasciare andare il risultato: smetterla di considerare la vittoria come il suo vero obiettivo.

L'arco e la freccia, la carabina e la pallottola, ma anche il pallone e la porta per un calciatore o la racchetta per un tennista sono, per così dire, soltanto un pretesto, uno strumento per raggiungere qualcosa che non è certo il centro del bersaglio, il gol o l'ace. Ecco. Il problema è capire che cos'è questo qualcosa.

Legge Lo zen e il tiro con l'arco, e comincia a comprendere alcune verità controintuitive. Per esempio capisce che:

Quanto più ti ostini a volere imparare a fare partire la freccia per colpire sicuramente il bersaglio, tanto meno ti riuscirà

Seguendo questi insegnamenti Niccolò Campriani riesce a trovare un obiettivo diverso: non fare centro, non vincere, bensì calarsi completamente nel momento presente, lasciare fuori i pensieri e concentrarsi nella ricerca del gesto perfetto. Sparare non con l'obiettivo di vincere, ma con quello di sparare bene. Può sembrare una differenza sottile ma in realtà non lo è: in un caso l'obiettivo è il risultato, nell'altro l'obiettivo è fine a se stesso, è nel gesto, nella ricerca di un istante perfetto in cui ogni cosa è ferma e il tiro parte da solo.

Campriani scopre come dominare la sua mente durante la gara scegliendo i pensieri giusti. Non la voglia di vincere, di essere il migliore, di salire sul podio: questi sono pensieri controproducenti perché aprono la strada alla paura di non riuscirci. I pensieri vincenti, capaci di portarti in the zone - cioè in quello stato di assoluta calma e serenità in cui riesci davvero a fare il meglio che sei in grado di fare - sono altri: riguardano il desiderio di godersi il momento, di sparare per il gusto di sparare, di andare a cercare il tiro bello, il gesto perfetto fine a se stesso.

La teoria è semplice: puoi pensare a una sola cosa alla volta, basta scegliere quella cosa e il gioco è fatto. E io penso solo e soltanto a sparare bene.

Questo non significa rinunciare alla voglia di vincere. Significa solo che non può essere quella e solo quella a motivare le tue scelte, le tue giornate, i tuoi gesti. Piuttosto il desiderio di vincere, di tagliare il traguardo, di raggiungere l'obiettivo te lo devi scordare. È solo dimenticando l'obiettivo che puoi dimenticare anche la paura di mancarlo.

La vittoria è la conseguenza del proprio impegno, non il fine

Terza storia: quando l'unica via percorribile è quella del fallimento

Elizabeth Gilbert è una scrittrice americana che ha avuto un grandissimo successo una decina di anni fa con Mangia, prega, ama, un libro che ha venduto più di 12 milioni di copie in tutto il mondo e dal quale è stato tratto un film con Julia Roberts.

Passata la sbornia per il successo planetario del suo libro, Elizabeth Gilbert si è trovata davanti a un problema: e adesso cosa faccio?

Se sei uno scrittore, quello che desideri dopo un successo di quelle dimensioni è continuare a scrivere libri. Però sai anche che difficilmente riuscirai a superare il risultato già ottenuto. Anzi nemmeno riuscirai a replicarlo. Sei praticamente certo che qualsiasi cosa farai dopo sarà un fallimento rispetto a quello che hai appena fatto.

E quindi?

Potresti rimetterti al lavoro con l'obiettivo di superare te stesso, ma vivendo al contempo nella consapevolezza che molto probabilmente non ci riuscirai. Non è una bella situazione. È facile trovarsi bloccati dalla paura e non riuscire più a scrivere. Se l'asticella è fissata troppo in alto e già sappiamo di non poterla saltare, allora tanto vale non provarci nemmeno.

Elisabeth Gilbert ha risolto questo dilemma con l'unica soluzione possibile. In estrema sintesi si è detta: a me interessa scrivere e del risultato me ne frego. So già che sarà un fallimento, ma per me scrivere è importante e quindi ben venga il fallimento.

Ecco come lo racconta nel suo Ted's Talk:

Sapevo di non poter vincere, e la consapevolezza di non avere possibilità di vittoria mi ha fatto valutare seriamente la possibilità di ritirarmi e andarmene in campagna ad allevare cani. Ma se avessi fatto questo, se avessi abbandonato la scrittura, avrei perso la mia amata vocazione. Così sapevo che era mio compito trovare un modo per tirare fuori l'ispirazione per scrivere il prossimo libro a prescindere dai risultati inevitabilmente negativi. In altre parole, dovevo trovare un modo per essere sicura che la mia creatività sopravvivesse al suo stesso successo. [...] Ho dovuto rimboccarmi le maniche e tornare al lavoro ed è stato ciò che ho fatto, ed ecco come, nel 2010, sono riuscita a pubblicare il temuto seguito di "Mangia, Prega, Ama". E sapete cosa è successo a quel libro? È stato un disastro, e mi sentivo bene. Mi sentivo in qualche modo a prova di proiettile perché sapevo di aver spezzato la maledizione e avevo trovato la mia via di ritorno a casa: scrivere per pura devozione. Sono rimasta nella mia casa di scrittura anche dopo e ho scritto un altro libro che è uscito giusto l'anno scorso e che ha avuto una buona risonanza. Questo è molto bello, ma non è questo il punto. Il punto è che ne sto scrivendo un altro ora, e dopo ne scriverò un altro ancora e un altro, un altro e ancore un altro e molti faranno flop e alcuni potranno avere successo ma sarò sempre al sicuro da tutti i possibili risultati finché non dimenticherò qual è il mio posto nella vita.

L'idea di impegnarsi a lungo in un lavoro difficile e faticoso per pura devozione può risultare estranea a molti di noi. In fondo lei sta parlando di una vocazione, di un richiamo molto potente. Non è che tutti dobbiamo avere una vocazione artistica, o sportiva, o una vera e propria missione nella vita.

Però quello che insegna la storia di questa scrittrice è che in alcune situazioni l'unico modo per andare avanti è concentrarsi solo e unicamente sul processo.

Elisabeth Gilbert ha messo assieme quello che pensa della scrittura e della creatività in un libro secondo me molto bello che si chiama Big Magic: Vinci la paura e scopri il miracolo di una vita creativa Guarda caso, anche qui - come nel libro di Campriani - compare la parola paura nel titolo. Spesso è proprio la paura (di perdere, di fallire, di non essere abbastanza) il maggiore ostacolo che si frappone tra noi e la realizzazione dei nostri desideri.

Per potere stare nel processo occorre che a un certo punto si lascino veramente andare i risultati.

Il risultato è difficile da controllare. Certo ci sono settori in cui è più facile: per esempio se voglio superare un esame all'università posso essere ragionevolmente sicuro che se studio bene tutto il programma raggiungerò il risultato sperato. Ma nella vita poche cose seguono strade così lineari: quando usciamo dai banchi di scuola le cose si fanno decisamente più complesse e i risultati che ci proponiamo di raggiungere finiscono con l'essere determinati da troppe variabili incontrollabili. Quindi l'unica cosa che possiamo fare è smettere di essere ossessionati dai risultati e concentrare l'attenzione sulle poche variabili che siamo in grado di controllare.

È un fatto di perseveranza, di disciplina, ma anche e soprattutto di amore: perché se non ami quello che stai facendo è difficile riuscire a concentrarsi del processo. Se il tuo obiettivo è il successo, il risultato, il vedere riconosciuto il tuo lavoro, è facile stancarsi molto prima di arrivarci. La soddisfazione - dice Elisabeth Gilbert a proposito del suo lavoro di scrittrice - non può dipendere dalle risposte degli altri.

Le soddisfazioni dovevano arrivare dalla gioia di mettere insieme il lavoro in sé e dalla consapevolezza di avere scelto una strada di dedizione alla quale rimanevo fedele.

Che facciamo allora con questi obiettivi?

A me piace raccontare storie, e questo ho fatto in questo lunghissimo articolo. La storia di un gruppo di alpinisti che hanno raggiunto il loro obiettivo pagando un prezzo decisamente troppo alto. La storia di uno sportivo che voleva così tanto vincere da tremare dalla paura di perdere. La storia di una scrittrice che per non perdere la sua ispirazione ha accettato il fallimento come l'unica strada percorribile.

Hanno qualcosa in comune queste storie? Forse no. Però ci insegnano alcune cose interessanti sugli obiettivi. Provo a sintetizzarle.

  1. Darsi degli obiettivi nella vita è in genere una buona idea. Ed è importante definire questi obiettivi in modo sufficientemente preciso e specifico, in modo che sia chiara la direzione da prendere con le nostre azioni.

  2. Detto questo, però, gli obiettivi non devono diventare dei feticci. Bisogna comprendere che la nostra vita è fatta di tante cose e che sacrificare tutto in nome di un unico e solo obiettivo non è detto che sia una scelta saggia. Meglio tenere d'occhio il contesto e le conseguenze delle nostre azioni.

  3. Un obiettivo non deve per forza essere definito una volta per tutte. Dobbiamo continuare a tenere sotto controllo i segnali che provengono dal nostro ambiente ed adattare le nostre azioni di conseguenza. Questo comprende anche capire quando arriva il momento di rinunciare e tornare indietro.

  4. Se desideriamo troppo intensamente raggiungere un obiettivo è facile che faccia capolino anche la paura. Più una cosa è importante per noi, più abbiamo paura di non poterla avere. Il trucco in questi casi è spostare l'attenzione sul presente e cercare nel presente quella concentrazione che ci consente di impegnarci a fondo senza pensare al risultato. Cercare la nostra felicità qui e ora nella semplicità e nell'armonia dei nostri gesti. Il risultato arriverà, o non arriverà, non è più così importante.

  5. Ci sono situazioni in cui l'unico modo per superare la paura di fallire è... fallire davvero. Se la scelta è tra il rimanere paralizzati dalla paura o fare comunque qualcosa al di sotto delle aspettative, la seconda ipotesi è sempre preferibile. Fallire funziona un po' come un vaccino: una volta che l'hai superato, non è detto che ti renda del tutto immune alla paura, ma di certo la rende più debole ;)

Lo so, ho scritto davvero tanto stavolta. Grazie per essere arrivato fino qui. Se hai qualcosa da raccontare sugli obiettivi lo spazio dei commenti è lì che ti aspetta.


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