Iscriviti e scarica gratis Mindfulness per tutti




La rana bollita - Una storia d'ansia, attacchi di panico e cambiamento - di Marina Innorta

On Writing - di Stephen King

Libri, Creatività

Scrivere non è la vita, ma credo che certe volte possa essere un modo per tornare alla vita -

Stephen King è uno degli scrittori più popolari dei nostri tempi. Ha pubblicato più di 50 romanzi, 6 saggi, oltre 200 racconti e venduto più di 350 milioni di copie in mezzo mondo.

È sulla cresta dell'onda da 40 anni, e anche se oggi la sua penna non è più brillante come un tempo, continua a sfornare romanzi di successo a ritmo sostenuto.

Ogni tanto ci rifila della roba un po' così, ma quelli come me, cresciuti a pane e Stephen King, non se la prendono a male e aspettano con pazienza che esca qualcosa di veramente buono. Cosa che poi di solito accade. E allora siamo tutti contenti di potere dire che il Re è tornato.

Verso la fine degli anni '90 ha scritto On writing. Autobiografia di un mestiere, un libro per metà biografia e per metà manuale di scrittura. In Italia è stato pubblicato nel 2001 e negli ultimi anni è stato introvabile.




Ora finalmente torna in libreria: ne hanno fatto una edizione nuova di zecca, con una nuova traduzione, in uscita per il prossimo 17 novembre 2015.

Le biografie sono spesso di grande ispirazione, e questa non fa eccezione.

Nessun libro di crescita personale, di self-help o di psicologia pratica ti mette davanti le cose così come stanno veramente. Questo solo la vita può farlo.

La vita è come è. È fatta di alti e bassi e certe volte - diciamolo - fa pure schifo.

A forza di leggere queste cose sulla felicità, sul successo (qualsiasi cosa voglia dire), sulle buone abitudini, sulla realizzazione dei propri sogni, si corre un po' il rischio di ritrovarsi a inseguire ideali di perfezione tanto dannosi quanto impossibili da realizzare.

Per questo ogni tanto dare un occhio alla vita vera, con i suoi dolori e imperfezioni, è di grande insegnamento. Soprattutto se si tratta della vita di qualcuno che ha avuto un grande successo, fa quello che vuole, e facendolo guadagna qualche fantastiliardo di dollari ogni anno.

Insomma quelle vite che da fuori sono perfette e che ci sembra di non potere fare a meno di invidiare.

La storia di King a me piace perché è onesta. Ok, lui di mestiere fa lo scrittore, e anche nel parlare di sé non ci ha risparmiato i suoi trucchetti da consumato romanziere. Ma questo non toglie nulla alla sincerità del suo appassionato racconto.


Storia di una vocazione

Stephen King ha sempre avuto le idee chiare su cosa voleva fare nella vita.

Non è così per tutti. Non è che ogni persona debba avere per forza la sua vocazione. Lui però ce l'aveva: scrivere.

Comincia fin da piccolo e a soli 13 anni è già lì che manda racconti alle riviste. Puntualmente riceve lettere di rifiuto che infilza a un chiodo sul muro, una sopra l'altra.

Cresce povero, con la madre e il fratello, per diverso tempo senza fissa dimora. Un problema di salute lo costringe a saltare il primo anno di scuola.

L'ultimo anno delle scuole superiori lo passa lavorando in una fabbrica. Si sveglia alle sette, va a scuola fino alle due del pomeriggio; alle due e un quarto timbra il cartellino in fabbrica. Si fa otto ore di catena di montaggio, torna a casa che ormai è notte, mangia la sua zuppa di cereali e poi va a dormire.

Non esattamente il tipo di vita che un diciottenne desidera fare.


On Writing Stephen King Copertina della nuova edizione italiana

Comunque lui, tra alti e bassi, continua a scrivere. Colleziona ancora lettere di rifiuto ma con il passare degli anni migliora e ogni tanto qualche racconto riesce a venderlo.

A soli 22 anni incontra Tabitha. Si innamorano, si sposano, e presto hanno due figli. Vivono in una roulotte. Lei fa la cameriera, lui lavora in una lavanderia e continua a scrivere.

Se la passano così male che non hanno i soldi per comprare le medicine ai bambini quando servono.


L'io del futuro

Stephen King scrive il suo primo romanzo - Carrie - nella roulotte in cui viveva assieme a moglie e figli piccoli. Usa una vecchia macchina da scrivere appoggiata a uno scrittoio da bambini tenuto in bilico sulle ginocchia.

A quel punto aveva trovato lavoro come insegnante. Una buona cosa che però ha un risvolto negativo: fa più fatica a scrivere. L'insegnamento richiede un certo impegno mentale e quando tornava a casa si sentiva troppo spremuto per mettersi a scrivere.

Sta per demordere, ma non lo fa. Uno dei motivi per cui stringe i denti e va avanti è l'appoggio della moglie. Lei si aspettava che lui continuasse a scrivere e non dubita mai delle sue capacità.

L'altro motivo, racconta, è che vede se stesso proiettato nel futuro.

Mi vedevo di lì a trent'anni, con le stesse brutte giacche di tweed con le toppe ai gomiti e la pancetta da birra sporgente oltre la cintura. Avrei sofferto di tosse cronica per i troppi pacchetti di Pall Mall, avrei portato occhiali con lenti più spesse, avrei avuto più forfora, e nel cassetto della scrivania avrei avuto sei o sette manoscritti incompiuti, da tirare fuori e con cui gingillarmi di tanto in tanto, di solito da sbronzo.

È sempre un esercizio interessante quello di visualizzare il futuro - o più futuri possibili - a partire dalle decisioni che stiamo prendendo oggi. King temeva di diventare un aspirante scrittore a vita. Uno che si balocca con i suoi sogni e si racconta la balla del: tanto c'è tempo.

Nel 1973 Stephen King ha 26 anni, fa l'insegnante e ha continuato a scrivere. C'è questo romanzo breve - Carrie - che è già riuscito a pubblicare ma al momento ci sta guadagnando ben poco.

Un pomeriggio riceve una telefonata dal suo agente. Aveva venduto i diritti dell'edizione economica di Carrie per 400mila dollari.

È così confuso che vuole fare un regalo alla moglie ma non gli viene in mente niente di meglio di un asciugacapelli. Aspetta che lei torni a casa, le rifila il phon e la bella notizia.

La presi per le spalle. Le dissi del paperback. Sembrò non capire. Glielo dissi di nuovo. Tabby guardò da sopra la mia spalla la nostra piccola, squallida dimora, come avevo fatto anch'io e cominciò a piangere.


Non c'è nessun lieto fine

Carrie vende più di 1 milione di copie solo negli Stati Uniti nel primo anno. Il signor King finalmente è arrivato. Niente più fabbriche e lavanderie, né roulotte al posto di una casa. Mai più problemi per comprare le medicine ai bambini.

Continua a scrivere e sforna un best seller dopo l'altro. Vende libri in mezzo mondo, e ne vende davvero tanti. Shining, La zona morta, It, L'ombra dello scorpione.

Il sogno di una vita. Fosse un film sarebbe il lieto fine: il viaggio dell'eroe si è concluso, la guerra è vinta, e vissero tutti felici e contenti. Ma non è proprio così.




Stephen King nel 2007

Stephen King fa il botto come scrittore ma deve affrontare un problema non da poco: alcool, cocaina, sigarette, e farmaci di varia natura. Roba della quale aveva bisogno da anni e che presto l'avrebbe ammazzato.

Un giorno la moglie raduna familiari e amici e davanti a tutti gli dice che l'avrebbe mandato fuori di casa se non avesse smesso, perché non aveva alcuna intenzione di starlo a guardare mentre si suicidava.

Non racconta molto di quello che ha fatto per venirne fuori, però c'è riuscito. Anche se aveva paura che dopo, senza il supporto di droghe e alcool, non sarebbe più riuscito a scrivere.

Non fu così, naturalmente. L'idea che lo sforzo creativo e le sostanze che alterano la mente siano strettamente legati è una delle grandi mistificazioni pop-intellettuali del nostro tempo. [...] Lo scrittore tossicodipendente è nient'altro che un tossicodipendente, sono tutti in altre parole comunissimi ubriaconi e drogati. La pretesa che droghe e alcool siano necessari per sopire una sensibilità più percettiva non è che la solita stronzata autogiustificativa. L'ho sentito dichiarare anche a conducenti alcolisti di spazzaneve, che bevono per zittire i demoni. [...] Probabilmente è vero che le persone creative sono più vulnerabili di altre all'alcolismo e alla dipendenza di stupefacenti, e allora? Siamo tutti uguali quando vomitiamo ai bordi della strada.

Non smette mai di scrivere, nemmeno durante il periodo della disintossicazione. Scrive pagine infelici che seppellisce in fondo a un cassetto e tira avanti come può.

A poco a poco ritrovai il ritmo e successivamente ritrovai la gioia. Tornai alla mia famiglia con gratitudine e al mio lavoro con sollievo: ci tornai allo stesso modo che si ritorna al cottage estivo dopo un lungo inverno, controllando per prima cosa che durante la stagione fredda non fosse stato rubato o rotto nulla. Era tutto a posto. C'ero ancora, tutto intero. Scongelate le tubature e ripristinata la fornitura elettrica, tutto prese a funzionare al meglio.

Il primo libro che King scrive interamente da sobrio si intitola Needful Things (Cose preziose nella traduzione italiana) e viene pubblicato nel 1991. Un altro successo. La conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che non erano droga e alcool a scrivere per lui.

Ok, happy end finalmente?


Scrivere per tornare a vivere

Nel giugno del 1999 Stephen King è nella sua casa estiva nel Maine con tutta la famiglia. Un pomeriggio esce di casa per fare una passeggiata e per poco non viene ammazzato dall'autista di un furgone che lo investe in pieno.

Quando mi trovo a rileggere On Writing questa parte la salto sempre. Leggerla una volta è più che sufficiente.

Fu un brutto incidente. King ne è uscito vivo, ma malconcio, con una gamba che non sarà mai più come prima. Ha subito una lunga trafila di interventi chirurgici e una lunghissima riabilitazione.

On writing è stato scritto per metà prima dell'incidente e per metà dopo. È stato il lavoro a cui King si è attaccato quando ha pensato di volere tornare a scrivere anche se stare seduto era una sofferenza e le parole si rifiutavano di uscire.

Il dolore all'anca era quasi apocalittico. E le prime cinquecento parole erano spaventose, sembrava che non avessi mai scritto niente prima in vita mia. Era come se tutti i miei vecchi trucchi mi avessero abbandonato. Passavo da una parola all'altra come un uomo vecchissimo che cerca di guadare un torrente posando i piedi su sassi scivolosi e disposti a zig zag. Non ci fu ispirazione in quel primo pomeriggio, solo cocciutaggine e la speranza che le cose sarebbero migliorate se avessi tenuto duro.


On writing

Non ho detto niente riguardo la seconda metà del libro, quella dedicata ai consigli per scrivere bene. Penso che chiunque voglia lavorare con la scrittura dovrebbe leggerla e farla sua. Stephen King è un autore molto popolare. Qualcuno lo snobba perché troppo popolare, e perché di genere, ma senza dubbio lui il mestiere lo conosce a fondo.

King dice che a suo parere il talento è incluso nella confezione originale, nel senso che è innato e non si può insegnare. Però dice anche che di talento ce n'è tanto: molte persone lo hanno, più di quello che si creda. Non è quindi merce rara e nel momento in cui c'è può essere rafforzato e affinato.

Tutto il libro è in fondo una incitazione. Ti piace scrivere? E allora fallo, provaci, gioca la partita. Però gioca seriamente, non tanto per fare, non per atteggiarti ad artista o quel che è.

Potete avvicinarvi all'atto dello scrivere con nervosismo, eccitazione, speranza, o anche disperazione, la sensazione che non riuscirete mai a mettere sulla pagina quello che avete nella mente e nel cuore. Potete avvicinarvi a quell'atto con i pugni chiusi e gli occhi stretti, pronti a menare e a prendere nota dei nomi. Potete mettervici perché volete farvi sposare da una certa ragazza o perché volete cambiare il mondo. Mettetevici in qualsiasi modo, ma non alla leggera. Lasciatemelo ripetere: non dovete affrontare alla leggera la pagina bianca.(...) Si tratta di scrivere, non di lavare la macchina o mettersi l'eyeliner. Se sapete prenderlo sul serio, abbiamo da fare insieme. Se non potete o volete, è ora che chiudiate il libro e vi dedichiate a qualcos'altro.
Lavare la macchina, magari.

Il messaggio è chiaro e credo che possa valere per ogni lavoro creativo ma anche per ogni obiettivo che ci poniamo. Non ci è richiesto essere superman, avere chissà quale talento nascosto o brillare come stelle del firmamento. La serietà e l'impegno invece sì, quelli sono richiesti.


Aggiornamento

Nella nuova edizione di On Writing, pubblicata da Frassinelli con la traduzione di Giovanni Arduino, c'è una bella introduzione di Loredana Lipperini. Ne cito un passaggio, a beneficio di tutti quelli che amano scrivere ;)

(...) tutto può diventare racconto, la gonna rossa della compagna di scuola povera e goffa e gli avanzi putridi delle aragoste nelle tovaglie che arrivano in lavanderia. Perché le storie sono fossili sepolti, frammenti di mondi altri che ti capitano per le mani in modo imprevisto: la scrittura non è acqua sorgiva che zampilla dalla roccia, ma è impastata di fango. Chi scrive è un cercatore con la faccia rivolta a terra, non ha i capelli al vento e la luce negli occhi di chi si ritiene strumento degli dei (...). Chi scrive lavora su quei fossili e stabilisce legami: fa convergere le cose lontane, e dunque preziose, che vengono da un'intuizione, e fa crescere sino a farne un mondo quel che all'inizio è solo una frase, un'immagine, un profumo.

P.S. Le citazioni che trovi in questo articolo (a parte l'ultima) sono tratte dalla vecchia edizione di On Writing. Se hai quella nuova, probabilmente troverai delle differenze... ma comunque, il succo non cambia ;)



Crediti immagine:"Stephen King, Comicon" by "Pinguino" - "Pinguino's" flickr account. Licensed under CC BY 2.0 via Commons.


Leggi un altro articolo

oppure lascia un commento

Tutti contenuti distribuiti con Licenza Creative Commons
Leggi la Privacy Policy
Proudly published with Ghost