Viktor Frankl faceva lo psicologo in un ospedale Viennese quando nel 1942, all'età di 37 anni, viene deportato nel lager di Theresienstad. Fino al 1945 resta prigioniero in diversi campi di concentramento, tra cui Auschwitz e Dachau.

Il prigioniero n. 119.104 - sterratore e addetto al mantenimento delle linee nella costruzione di ferrovie - riesce a sopravvivere fino alla liberazione, e torna alla sua vita dopo avere perso tutta la famiglia, compresa la moglie.

Frankl ha scritto Uno psicologo nei lager, subito dopo la fine della sua prigionia per descrivere l'esperienza del lager dal punto di vista di uno psicologo.

Come si sente un essere umano nella situazione di «non avere più nulla da perdere, tranne questa vita così ridicolmente nuda»? Cosa succede alla sua mente? Come si difende? Come sopporta? Cosa desidera? Cosa spera?

Qui di seguito ti lascio alcuni dei passaggi che ho sottolineato durante la lettura.


Chi ha un perché per vivere, può sopportare quasi ogni come.


Non parliamo volentieri della nostra esperienza: non abbiamo bisogno di spiegare nulla a chi è stato in un campo di concentramento; a chi non c’è stato, non potremo mai far comprendere i nostri sentimenti di allora e di oggi.


Doppi e tripli recinti di filo spinato si estendono senza fine; torri di controllo, riflettori e lunghe colonne di figure umane, vestite di brandelli, grigie nel grigiore dell’alba. Si trascinano lentamente, stanche, lungo le desolate strade di campagna, nessuno sa verso dove.


Mentre continuiamo ad attendere, la nostra nudità ci diventa familiare: non abbiamo nient’altro, soltanto questo corpo nudo; non ci resta nulla, tranne questa nostra esistenza letteralmente nuda. Quale anello di congiunzione esterno ci unisce ancora alla vita di prima?


In quella prima notte trascorsa ad Auschwitz, mi sono giurato, per così dire con una stretta di mano di non « correre nel filo spinato ». Con questa espressione, molto usata nel Lager, s’indicava il più comune tipo di suicidio: toccare il filo spinato ad alta tensione.


Sofferenti, malati, moribondi, morti, dopo alcune settimane di Lager li si incontra tanto spesso, che la loro vista non commuove più. Questa insensibilità è una corazza necessaria, nella quale l’animo del prigioniero si rifugia ben presto.


Ogni aspirazione, e così tutta la vita spirituale, si concentra in un solo compito: la pura conservazione della vita — la propria e quella altrui!


Avanziamo ora nell'oscurità, inciampando sulle grandi pietre, attraverso pozzanghere lunghe dei metri, che costellano la strada d’accesso. Le sentinelle non smettono di urlare e ci spingono avanti con il calcio dei fucili. Chi ha i piedi coperti da troppe ferite, si appoggia al braccio del vicino, i cui piedi sono meno dolenti. Non parliamo, quasi; il gelido vento dell’alba lo sconsiglia.


Capisco che l’uomo, anche quando non gli resta niente in questo mondo, può sperimentare la beatitudine suprema — sia pure solo per qualche attimo — nella contemplazione interiore dell’essere amato.


Il mondo e la vita sono lontani; lo spirito torna a loro con nostalgia: si viaggia sul tram, s’arriva a casa, si apre la porta di casa, suona il telefono, si alza il ricevitore, si accende la luce elettrica — sono questi i particolari, ridicoli in apparenza, che il prigioniero accarezza, ricordando il passato.


Nonostante tutto — o forse proprio a causa della nostra situazione — la bellezza della natura, che ci fu negata per anni, ci entusiasmava. E accadde una volta che, di sera, mentre stanchi morti dopo il lavoro ci eravamo già sdraiati per terra, nelle baracche, con la ciotola della minestra in mano, un compagno entrò a precipizio, invitandoci a uscire sullo spiazzo dell’appello, nonostante la stanchezza e il freddo di fuori, perché non dovevamo perdere lo spettacolo di un certo tramonto.


Come potrebbe essere bello il mondo!


All'uomo nel Lager si può prendere tutto, eccetto una cosa sola: l’ultima libertà umana di affrontare spiritualmente, in un modo o nell’altro, la situazione imposta.


La sofferenza, in qualche modo, fa parte della vita — proprio come il destino e la morte. Solo con miseria e morte, l’esistenza umana è completa!


Dal modo in cui un uomo accetta il suo ineluttabile destino e con questo destino tutta la sofferenza che gli viene inflitta, dal modo in cui un uomo prende su di sé la sofferenza come la «sua croce», sorgono infinite possibilità di attribuire un significato alla vita, anche nei momenti più difficili.


Non è possibile paragonare due uomini e due destini; nessuna situazione si ripete. In ogni situazione, l’uomo è chiamato a un diverso comportamento.


Da tutto ciò possiamo apprendere che sulla terra esistono soltanto due razze umane, e solo queste due; la «razza» degli uomini per bene e quella dei «poco di buono». Queste due «razze» sono diffuse ovunque, penetrano e s'infilano in tutti i gruppi. Nessun gruppo è composto esclusivamente da persone per bene o esclusivamente da «poco di buono».


Quando un uomo torna a casa, dopo avere tanto sofferto, e deve costatare che la gente gli concede solo una scrollata di spalle o luoghi comuni, spesso l'amarezza lo sommerge.


Occorre molta pazienza perché questi uomini ritrovino la verità, del resto quasi banale, che nessuno ha il diritto di commettere un’ingiustizia, neppure chi ha subito un’ingiustizia.