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La rana bollita - Una storia d'ansia, attacchi di panico e cambiamento - di Marina Innorta

Autocompassione e resilienza. Una strana coppia?

Psicologia positiva, Autocompassione

Che atteggiamento hai verso te stesso davanti alle difficoltà? Sei un giudice severo e critico, pronto a puntare il dito contro le tue mancanze? O sei un amico compassionevole, comprensivo, pronto a offrirti un abbraccio e una sincera pacca sulla spalla?
Molte persone pensano che essere severi con se stessi sia una spinta a dare sempre il massimo.
Ma non è detto che sia proprio così. Anzi potrebbe essere proprio contrario. Magari non te ne accorgi, ma essere così critico nei confronti dei tuoi limiti e delle tue difficoltà, non ti sta aiutando come credi.
E forse, quello che ti serve per alzare la testa e andare avanti è un po' di gentilezza e comprensione.
Può essere?



Il mio giudice interiore

Io convivo da molto tempo con un giudice interiore molto severo. Un vero persecutore, sempre pronto a censurare ogni mia debolezza. Difficilmente riesco a provare una sincera e piena soddisfazione per i miei successi. Al contrario ogni mio limite è sempre bene in evidenza.

Si potrebbe pensare che con un giudice interiore così severo io sia una persona molto forte e determinata, una che pretende molto da se stessa, una che mantiene standard elevati di produttività ed efficienza.
Non è esattamente così. Malgrado questa severità - anzi probabilmente proprio a causa di questa - sono una persona che si abbatte facilmente, che fatica a rialzarsi dopo una delusione e che spesso non agisce per paura di sbagliare.

È proprio per questo - intendo dire per quello che sperimento ogni giorno su di me - che sono sicura che essere molto auto-critici non è affatto una spinta a dare il meglio di sé. Serve invece una maggiore compassione per se stessi.
Brutta parola?
Ti fa pensare al sermone di un prete?
O forse ti fa pensare all'autocommiserazione? Ai piagnistei?
Parliamone :)

Cosa vuol dire compassione

Nella nostra lingua alla parola compassione sono associati spesso significati negativi, a volte addirittura dispregiativi. Ma se la spogliamo di queste implicazioni negative, compassione semplicemente vuol dire:

provare una particolare sensibilità alla sofferenza - nostra e degli altri - unita al desiderio di alleviarla

È quindi un sentimento nobile. Che sia rivolta verso noi stessi o verso gli altri, non si porta dietro nessun significato di disprezzo.

Possiamo allora domandarci di che tipo di sofferenza stiamo parlando.
Lasciamo da parte - per gli scopi di questo articolo - le grandi sofferenze. La fame, la guerra, la malattia, la morte. Dico lasciamole da parte non perché non debbano essere oggetto della nostra compassione, tutt'altro. Lasciamole da parte perché sono cose grandi, e non è di questo che voglio (e posso) trattare in questo blog.

Che ci resta quindi?
Le nostre piccole sofferenze quotidiane.

  • Lo stress di tutti i giorni, che talvolta sembra raggiungere livelli insopportabili.
  • L'ansia che ci attanaglia quando non ci sentiamo all'altezza dei compiti che la vita ci mette davanti.
  • La delusione che proviamo ogni volta che qualcuno - compresi noi stessi - o qualcosa non è all'altezza delle aspettative.
  • La paura di essere rifiutati, giudicati, incompresi.
  • Tutti gli errori che abbiamo fatto anche quando ce la stavamo mettendo tutta.
  • I fallimenti a cui inevitabilmente siamo andati incontro.
  • La rabbia che proviamo quando dobbiamo per forza confrontarci con persone difficili, aggressive, fastidiose.
  • La fatica che ci accompagna nelle cose che facciamo per rendere la nostra vita migliore (e che talvolta ci fa venire voglia di arrenderci).
  • Gli episodi del passato che non riusciamo a superare e che sembrano bloccare la nostra crescita.

Come ci poniamo davanti a queste nostre piccole/grandi sofferenze?

È più utile essere critici e cercare di spazzare via limiti e debolezze? Magari provare a negare un po' di questa sofferenza, spingerla fuori dalla nostra coscienza?

O meglio un atteggiamento comprensivo e compassionevole? Una docile accettazione accompagnata da una amorevole carezza?

Perché essere compassionevoli con noi stessi

Kristine Neff è una ricercatrice americana che da anni si occupa del tema dell'auto-compassione. Ha fatto molte ricerche sull'argomento e ha scoperto che le persone auto-compassionevoli sono più felici, meno ansiose, e meno inclini alla depressione di quelle fortemente auto-critiche.

Fino qui uno potrebbe dire: bella scoperta, saranno persone che si accontentano, che non si pongono obiettivi, a cui non importa crescere e migliorare. Per questo sono più felici.

Ma non è esattamente così.

Per esempio, una delle ricerche di Kristine Neff, condotta su un gruppo piuttosto numeroso di studenti, ha mostrato che quelli con molta auto-compassione erano anche più sicuri di se stessi e più motivati a studiare per il gusto di apprendere e di padroneggiare la conoscenza. Erano quelli a cui non importava particolarmente di primeggiare, non avevano paura del fallimento, si perdonavano gli errori e andavano avanti più motivati di prima.

Il motivo di questo vantaggio delle persone auto-compassionevoli ha a che vedere con la resilienza, cioè con la nostra capacità di resistere alle avversità.

Auto-compassione e resilienza

La parola resilienza si utilizza in molti campi diversi. Applicata alla psicologia sta a indicare la capacità di affrontare le avversità della vita, di superarle e di uscirne rinforzati e addirittura trasformati positivamente.
Le persone resilienti sono capaci di andare avanti nonostante le difficoltà. Sanno trasformare gli ostacoli in opportunità. Sanno accettare le sconfitte come parte del percorso e per questo sono in grado di persistere nel loro cammino.

Il punto è come reagisci davanti alle difficoltà?

La persona fortemente auto-critica e perfezionista giudica male se stessa davanti ai limiti e ai problemi. Non accetta di sbagliare e quindi davanti agli ostacoli si abbatte.
Il giudizio feroce contro noi stessi, non ci rende affatto migliori. Al contrario ci indebolisce. È come tirarsi una martellata sui piedi nel momento in cui abbiamo bisogno di una carezza.

La persona capace di provare auto-compassione, quando si confronta con i fallimenti, offre a se stessa un caldo abbraccio. Non si giudica, non si arrabbia, non si fa del male, non si sminuisce. Si comprende con gentilezza. Resta calma, non va in ansia, non soccombe allo stress. Per questo reagisce meglio alle avversità.

L'eccesso di auto-critica ci indebolisce.
L'auto-compassione ci rende più resilienti.



I tre pilastri dell'auto-compassione

Cosa significa veramente l'auto-compassione?
Abbiamo detto prima che significa essere sensibili alle nostre stesse sofferenze - grandi o piccole che siano - e provare il desiderio di alleviarle.
Kristine Neff si è spinta oltre, e ha definito l'auto-compassione in tre punti chiave:

  1. La gentilezza: essere comprensivi verso se stessi davanti ai propri limiti. Non ignorarli e non farli più grandi di quello che sono.
  2. La condivisione: comprendere a fondo che la sofferenza è parte dell'esperienza umana. Significa non sentirsi soli davanti ai nostri problemi perché sappiamo che paura, dolore, fallimento, delusioni, fatiche e ansie sono emozioni che tutti provano.
  3. La consapevolezza: essere consapevoli delle emozioni negative, senza reprimerle e senza esagerarle. Diventare quindi capaci di osservare il flusso dei pensieri e delle emozioni, senza identificarsi con esse.

Questi tre pilastri, anche se non sono esattamente tecniche per coltivare l'auto-compassione, sono di per sè utili a farci riflettere.

Io per esempio in questi giorni sto trovando molto utile riflettere sul punto 2.
Quando mi sento in difficoltà, mi capita di sentirmi anche sola, isolata dal resto del mondo. Come se gli altri fossero tutti perfetti, forti e felici, e io la sola ad avere dubbi, paure, stress, ansia, insicurezza.
Quando invece realizzo che queste cose fanno parte dell'esperienza di tutti, mi sento subito meglio, perché percepisco il mio disagio come un aspetto naturale del mio essere parte dell'umanità. E questo mi fa dire: hey la vita è fatta anche di questo baby, tira avanti e continua a fare del tuo meglio.

Cosa NON è l'auto-compassione

Ora non è che essere compassionevoli con se stessi significhi perder tempo a smacchiare i giaguari. O a pettinare le bambole. O a raccontare le favole ai trichechi. O a friggere le uova sode.
Se ne vuoi ancora leggi qui, ma poi torna a finire l'articolo, grazie!

Dicevo... non sia mai che a qualcuno venga in mente che tutta questa tiritera sull'auto-compassione sia una scusa per tirarsi una pacca sulla spalla e tornare sul divano a fare zapping.

Essere compassionevoli con se stessi non significa diventare indulgenti, o sentirsi in diritto di lamentarsi dalla mattina alla sera. E nemmeno smettere di crescere, di migliorarsi, di correggere gli errori che facciamo.

Si tratta invece di una forma di gentilezza e amore per noi stessi, che va praticata con intenzione. L'obiettivo non è di certo quello di darsi sempre e comunque una giustificazione. Ma di capire che davanti alle difficoltà, l'amico che ti tende una mano è molto più utile del signor giudice iper-critico che ti molla un calcio nel sedere buttandoti definitivamente a terra.
Il primo ti aiuta davvero a rialzarti.
Quell'altro ti affossa sempre di più.

Ora lo so che qualcuno sta pensando che invece l'auto-critica è essenziale per migliorare.

Io penso che dipenda da quanto è feroce il tuo critico interiore.
Se è un tizio bonario che ogni tanto viene a darti una scrollata, ok, magari ce lo possiamo anche tenere.
Se invece somiglia al mio, che è una specie di gerarca nazista con gli stivali neri e la divisa di ordinanza, è meglio abbatterlo con una tonnellata di auto-compassione in formato famiglia :)

Anzi, a questo punto mi farebbe piacere se mi raccontassi nei commenti com'è il tuo giudice interiore.

(L'immagine è di Simon Ska via Flickr)

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