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La rana bollita - Una storia d'ansia, attacchi di panico e cambiamento - di Marina Innorta

Come superare un fallimento e rialzarsi più forti di prima

Cambiamento

Chi non si è mai sentito un fallito almeno una volta della vita? Il senso di fallimento, la sconfitta, la delusione, possono rendere la vita molto pesante. Eppure abbiamo tutti la possibilità di prendere atto del nostro fallimento, di accettarlo, e di andare oltre, rialzandoci più forti di prima. Stando attenti però a non saltare dei passaggi.


Nel 2006 la scrittrice J.K. Rowling ha tenuto un famoso discorso davanti agli studenti dell'Università di Harvard.

Sappiamo tutti chi è Joanne Rowling, artefice del successo planetario di Harry Potter, con una quantità esorbitante di copie vendute in tutto il mondo.

Nel suo discorso ad Harvard, la Rowling decise di parlare di un tema un po' scomodo: il fallimento. La sua vita prima di Harry Potter non è stata facile: dopo la fine del suo matrimonio, disoccupata, con una figlia da mantenere, per qualche anno sopravvive a Edimburgo grazie ai sussidi statali. Soffre di depressione ed è convinta che nella sua vita non potrà mai accadere nulla di positivo.

Si attacca però al suo sogno, e riesce a portare a termine il primo dei romanzi che già da diversi anni aveva cominciato a progettare. Trova un agente letterario, che propone il suo romanzo a dodici editori diversi, e incassa dodici rifiuti. Poi finalmente il romanzo viene accettato da un editore che lo pubblica. E il resto è storia.

Molti personaggi di successo hanno alle spalle un certo numero di fallimenti, e non è raro sentirli dichiarare che sono stati proprio i questi fallimenti a rendere possibile il loro successo.

Qualche volta c'è un po' di retorica dietro tutto questo, ma il tema del fallimento è importante, in qualche modo ci tocca tutti, ed è abbastanza ovvio che il punto non è non scivolare mai, bensì avere la capacità di rialzarsi.

Accettare il fallimento

Imparare ad accettare il fallimento - come realtà o come prospettiva - è una buona idea per svariati motivi.

Il più importante di questi motivi è che se non accettiamo la possibilità di fallire, restiamo fermi senza combinare niente. La paura di fallire può essere paralizzante e può succedere di non rendersi conto che è questa paura a bloccarci.

Possiamo vedere questo fenomeno in azione nelle piccole come nelle grandi cose. Si verifica ogni volta che non chiediamo quello di cui abbiamo bisogno per paura di sentirci dire di no. Quando non ci esponiamo con le nostre idee per paura che non siano apprezzate. Quando non ci apriamo all'amore per paura di essere rifiutati. Quando culliamo dentro di noi un sogno senza fare nulla per realizzarlo per paura di non essere capaci.

Qui occorre essere spietati con se stessi, riconoscere il problema, mettere da parte il perfezionismo e cominciare a muoversi verso i nostri desideri, accettando - anzi direi abbracciando - l'idea di potere fallire.

In un libro intitolato Il magico potere del fallimento, il filosofo francese Charles Pepin spiega proprio che la vera minaccia non è data dalla possibilità di fallire. La vera minaccia sta nel fatto che a forza di non avere il coraggio di fallire, semplicemente non si riesce a vivere.

Se siamo paralizzati dalla paura di sbagliare, di andare incontro a una delusione, di ricevere una porta in faccia, di fatto abbiamo deciso di perdere a tavolino, senza nemmeno provarci. E anche se questo può sembrarci inizialmente una buona strategia perché ci mette al riparo dal rischio di fallire, sul lungo periodo diventa il modo migliore per rendere la nostra vita un inferno di insoddisfazione e rassegnazione.

Oltre a questo, ci sono poi tre aspetti che possono gettare una nuova luce sui nostri fallimenti.

1. Fallire ci permette di apprendere

Da ogni fallimento possiamo imparare qualcosa. Gli americani dicono: fail fast, fail often. Fallisci in fretta, fallisci spesso. Quando ci scontriamo con l'insuccesso - se teniamo gli occhi aperti ed evitiamo di piangerci addosso - possiamo imparare moltissimo. Un esempio sempre molto citato a questo proposito è Thomas Edison, che nel 1878 passò notti intere nel suo laboratorio cercando di inventare la lampadina elettrica. Fece migliaia di tentativi prima di riuscirci.

Come fece a non abbandonare ogni speranza? Spesso si risponde adducendo la forza eccezionale della sua volontà, come se la chiave del successo fosse da individuare solo nell'accanimento. Ma così dimentichiamo l'essenziale: Edison era affascinato da tutto ciò che questi insuccessi gli insegnavano riguardo alle leggi della natura. Sapeva che era necessario fallire per poi riuscire, che nessuno scienziato aveva mai compreso una verità a prima vista. (...) Il suo atteggiamento ci mostra come possiamo guardare all'insuccesso con occhi diversi. Anche quando il filamento di tungsteno rimane inerte, Edison non "fallisce": porta comunque a conclusione un tentativo. Persevera nella propria curiosità. Sa che l'unica maniera di avvicinarsi alla verità passa inizialmente nel non riuscire a comprenderla - [Charles Pepin - Il magico potere del fallimento]

2. Il fallimento può rivelarci la nostra vera strada

Può succedere che fallire si riveli una benedizione perché ci lascia liberi di cambiare strada. Il fallimento cioè in alcune situazioni può essere visto come un incrocio. Per esempio finiamo licenziati, o la persona che amiamo ci lascia, oppure, molto più banalmente, di quella gonna tanto carina che abbiamo adocchiato in vetrina non c'è più la nostra taglia. E quindi che succede? Che dobbiamo trovarci un altro lavoro, un altro amore, un'altra gonna... e... ops... magari scopriamo che la nuova strada che siamo stati costretti a intraprendere ci è molto più congeniale di quella che stavamo percorrendo prima.

Detto in altre parole, una delle più grandi virtù del fallimento è che ci rende disponibili ad altro. Quello che ci può apparire come un muro che ci sbarra la strada, può essere in verità un incrocio. L'impossibilità a proseguire in una certa direzione ci obbliga a trovarne una nuova. Fallire ci dà l'occasione per reinventarci.

3. Fallimenti che sono successi

Alla fine dei conti però, chi è che decide cosa è un fallimento e cosa un successo?

Facile, si potrebbe rispondere: mi pongo un obiettivo, se riesco a raggiungerlo è un successo, se non ci riesco è un fallimento.

Ma quando mai le cose nella vita seguono una logica così lineare?

Ci sono fallimenti che con il tempo si sono rivelati dei clamorosi successi. Ne abbiamo parlato anche nell'articolo sulla serendipità. I post-it per esempio, sono nati da una serie di esperimenti, tutti falliti, per cercare di creare un adesivo molto potente da utilizzare nella costruzione degli aerei.

Un altro esempio è quello delle sorelle Tatin, che gestivano un ristorante alla fine dell'800. Un giorno una delle due mise in forno la torta di mele, dimenticandosi però di stendere sulla teglia la pasta. Ne vennero fuori mele caramellate nel burro e nello zucchero. Per rimediare all'errore provarono a mettere la pasta sopra le mele e a servire la torta rovesciata. Fu un successo, e nacque così la famosa torta tatin.

Quindi non ci conviene essere frettolosi nell'etichettare un evento come un fallimento. Esistono sbagli virtuosi, e sta a noi riuscire a coglierne le potenzialità.

Il punto però è che per riuscirci dobbiamo in qualche modo essere aperti. Se stiamo lì a rimproverarci per i nostri errori, a crogiolarci nei nostri fallimenti, sarà un po' difficile riuscire a coglierne le potenzialità. Se invece accettiamo quello che succede, senza appiccicarci sopra delle etichette, e se restiamo aperti, rilassati, e fiduciosi verso la realtà... ecco che allora può accadere qualche piccolo miracolo.

Attraversare il fallimento

Tutto quanto detto fino qui non ci deve però distogliere da un dato di fatto: fallire non è bello. Cadere fa male. Perdere è doloroso.

Molti bei discorsi sulle virtù del fallimento tendono a sorvolare sulla parte dolorosa della faccenda, per concentrarsi sul lieto fine.

Quando per esempio una persona come J.K. Rowling ci parla del fallimento, sappiamo già come è andata a finire, no? Sì, è stata povera, era depressa, non sapeva dove andare a sbattere la testa e si aggrappava a quella sua idea di diventare una scrittrice. Ora che sappiamo come è andata a finire siamo pieni di ammirazione e la sua storia ci sembra di grande ispirazione e insegnamento. Ma se l'avessimo incontrata allora, cosa avremmo pensato di lei?

Quando sei lì, quando sei alle prese con il tuo fallimento, non lo sai come andrà a finire. Forse hai toccato il fondo, stai per risalire, da domani tutto andrà meglio. O forse no, forse le cose andranno sempre peggio, forse continuerai a fallire.

In qualche modo il fallimento va accettato, affrontato e superato. E non lo puoi fare proiettandoti nel futuro, quando te lo sarai lasciato alle spalle, avrai imparato dai tuoi errori, e tutte quelle belle cose lì. Lo devi affrontare mentre accade, mentre ti sta facendo male.

In questo ci viene in aiuto Brenè Brown, un'autrice che amo molto e di cui ho già parlato qui.

In un libro che in italiano è stato tradotto con il titolo: La forza della fragilità. Il coraggio di sbagliare e rinascere più forti di prima analizza molto da vicino il tema del fallimento, uscendo dalla retorica del fallire è bello perché poi ci permette di vincere.

Proprio nelle prime pagine del suo libro spiega bene le sue intenzioni ricorrendo a una citazione dal discorso tenuto da Theodore Roosevelt nel 1910 e intitolato «L'uomo nell'arena»:

Non è chi critica che conta, né chi sottolinea che anche i forti inciampano, o afferma che potrebbero fare di meglio. Il merito va a colui che scende realmente nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue, e che combatte valorosamente; a colui che, nella migliore delle ipotesi, alla fine conoscerà il trionfo di un grandioso traguardo e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallirà, almeno cadrà sapendo di avere osato in grande.

Ora, al di là del fatto che si tratta sicuramente di una citazione bella e motivante, quello che interessa a Brenè Brown e che diventa il fulcro del suo libro è ciò che succede all'inizio: quando sei lì, sceso nell'arena, con il viso segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue... non sappiamo se il tuo sarà o meno un trionfo, sappiamo che sei lì, vulnerabile, esposto allo sguardo degli altri, con le tue ferite.

Ecco, La forza della fragilità è dedicato a quei momenti lì, quando sei bocconi nell'arena.

L'arena evoca momenti grandiosi, ma la possiamo vedere anche come metafora di tutti quei momenti o quei luoghi in cui ti scopri, e vieni visto per come sei, magari impacciato nel fare qualcosa che non sai fare, o insicuro in una relazione, con un compito nuovo, alle prese con qualche tua paura.

Riguardo al fallimento dobbiamo fare uno sforzo per essere sinceri. Va bene pensare al fallimento come a una tappa di crescita, una palestra per imparare dagli errori, un'occasione di cambiamento... ma occhio a non scadere in un approccio superficiale e banale.

Le storie di fallimenti e rinascite di cui siamo circondati tendono a essere un po' edulcorate. Si sorvola in fretta su quella scomoda faccenda che è la caduta con la faccia a terra per poi concentrarsi sulla risalita e sul trionfo. La verità però è che fallire fa male. Accettare il fallimento non vuol dire pensare di poterlo superare automaticamente. Bisogna invece essere disposti ad accettare anche il dolore e la paura che il fallimento di procura e riconoscere che il percorso di risalita è complesso, delicato e non c'è nessun automatismo che ci fa rialzare.

Per concludere

Cosa ci portiamo a casa dopo questa lunga riflessione sul fallimento?

Io direi questi punti

  1. I fallimenti, gli errori, le perdite, fanno parte della nostra vita. Facciamocene una ragione. Abbiamo bisogno di accettare l'idea del fallimento per potere andare avanti nella nostra vita personale, affettiva, professionale. Dobbiamo prima accettare il rischio del fallimento e smettere di giocare sulla difensiva se vogliamo che la nostra vita prenda la direzione che desideriamo.

  2. Cerchiamo di trarre il massimo dai nostri piccoli e grandi fallimenti: impariamo dagli errori, guardiamoci attorno, cerchiamo di capire se questi fallimenti non possono invece essere visti come tentativi necessari, come tappe per arrivare al risultato, come fertili incroci, come opportunità.

  3. In tutto questo non neghiamo le nostre emozioni, il dolore, la paura, lo sconforto che ci prendono davanti ai fallimenti, agli errori e alle perdite a cui andiamo incontro. Non facciamo cioè l'errore di cercare di indorare la pillola. Non saltiamo dei passaggi. Se oggi siamo caduti, ci farà male e rialzarci non sarà facile. Partiamo da qui.

E, per finire... ma cosa aveva poi detto la Rowling ad Harvard a proposito del fallimento?

Ecco un pezzo del suo discorso. È un po' lungo ma secondo me vale davvero la pena di essere letto con attenzione.

A soli sette anni dal giorno della laurea avevo fallito in modo epico. Un matrimonio eccezionalmente corto si è sgretolato, ed ero senza lavoro, orfana di mia madre, e povera quanto lo si può essere nell'Inghilterra moderna, senza essere un senzatetto. Le paure che i miei genitori avevano avuto per me, e quelle che avevo avuto io per me stessa, si erano avverate ed io ero il più grande fallimento di cui fossi a conoscenza.
Ora, non starò qui a dirvi che il fallimento è divertente. Quel periodo della mia vita fu brutto, e non avevo idea di avere davanti a me quello che la stampa ha raccontato come una sorta di favola a lieto fine. Non avevo idea quanto lungo fosse quel tunnel, e per molto tempo, la luce alla fine del tunnel fu una speranza piuttosto che la realtà.
Allora perché parlare dei benefici del fallimento? Semplicemente perché fallire ha voluto dire spogliarsi dell’inessenziale. Ho smesso di fingere di essere qualcos'altro se non me stessa e ho iniziato a indirizzare tutte le mie energie verso la conclusione dell’unico lavoro che per me aveva importanza. Non mi occupavo davvero di nient'altro, se non trovare la determinazione nel riuscire in un campo a cui credevo di appartenere veramente. Ero finalmente libera perché la mia più grande paura si era davvero avverata, ed ero ancora viva, e avevo già una figlia che adoravo, e avevo una vecchia macchina da scrivere e una grande idea. (...) Potreste non fallire così tanto quanto ho fallito io, ma una certa dose di fallimento nella vita è inevitabile. È impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno che non viviate in modo così prudente da non vivere del tutto – in quel caso, avrete fallito in partenza.

Io lo trovo molto bello e vero. Tu cosa ne pensi?


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