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La rana bollita - Una storia d'ansia, attacchi di panico e cambiamento - di Marina Innorta

L'arte di fare felici scoperte

Creatività

La fortuna favorisce una mente preparata - Louis Pasteur

Ti dice qualcosa il nome Spencer Silver?
Probabilmente no.
Eppure a lui dobbiamo l'invenzione di un oggettino molto utile che sicuramente avrai utilizzato molte volte.

Spencer Silver è un chimico. Nel 1968 lavorava per una grossa multinazionale nel Minnesota. Passava le sue giornate in laboratorio per cercare di sintetizzare un tipo di colla molto potente da destinarsi all'industria aerospaziale.

Le cose però non gli andarono bene, perché quello che venne fuori era un materiale strano, mai visto prima, con un potere adesivo molto debole. Decisamente non era quello che stava cercando. Però quell'adesivo aveva delle caratteristiche che a Spencer Silver sembravano interessanti: poteva essere rimosso facilmente senza lasciare residui e poteva anche essere utilizzato più volte prima di perdere il suo potere adesivo.

I manager della multinazionale non erano per niente interessati a quella scoperta che sembrava non avere alcuna applicazione pratica. Però lui andò avanti per anni a presentare la sua scoperta ai colleghi cercando di capire cosa mai si potesse fare con una colla che appiccicava così poco.

Un vecchio laboratorio chimico

Un vecchio laboratorio di chimica - crediti immagine Iowa Digital Library

Uno dei colleghi di Silver era un ingegnere chimico di nome Arthur Fry che nel tempo libero cantava nel coro di una chiesa.
Al mercoledì, durante le prove, venivano scelti i brani da cantare la domenica successiva. A Fry avrebbe fatto comodo un sistema per segnare le pagine del libro degli inni in modo da potere trovare quelle giuste al volo durante la messa. Aveva provato a infilare nel libro dei pezzetti di carta, ma questi ovviamente non stavano fermi.

Un giorno a pensò che l'unico modo per risolvere il problema era un segnalibro adesivo, che stesse fermo dove lo aveva messo, e che poi si potesse togliere senza rovinare le pagine del libro.

E in quel momento realizzò che quella cosa c'era già: era l'inutile invenzione del suo collega Spencer Silver.

I post-it, che poi hanno fatto la fortuna della 3M, sono nati così. Furono la soluzione a un problema che nessuno ancora aveva capito di avere. E nacquero grazie a un errore, a una scoperta fatta da Spencer Silver mentre stava cercando di ottenere una cosa del tutto diversa.

Questo fenomeno si chiama serendipità: succede quando hai la fortuna di trovare o di scoprire qualcosa che non stavi affatto cercando. Diverse scoperte scientifiche sono avvenute così. Cristoforo Colombo trovò l'America mentre cercava di raggiungere l'India. Alexander Fleming scoprì l'antibiotico perché in una provetta si era formata la muffa. Il viagra è nato durante la sperimentazione di un farmaco per curare i disturbi di cuore.

La serendipità non avviene solo nel mondo della scienza o della innovazione. A tutti noi possono capitare belle scoperte del tutto accidentali.
Ma è davvero un fatto di fortuna?
In verità no. È un meccanismo più sottile e riguarda anche il modo con cui osserviamo la realtà.

I tre principi di Serendippo

La parola serendipità è abbastanza recente. Fu per così dire inventata nella metà del '700 dallo scrittore Horace Walpole, noto soprattutto per un romanzo intitolato Il castello di Otranto, considerato il primo romanzo gotico nella storia della letteratura.

Il 28 gennaio 1754 Horace Walpole scrisse una lettera a un amico, un certo Horace Mann, raccontandogli di una interessante scoperta che aveva appena fatto riguardo un antico stemma.

Questa scoperta in verità è quasi di quel genere che io chiamo serendipity, una parola molto espressiva che, giacché non ho niente di meglio da raccontarti, cercherò di spiegarti: la capirai meglio per derivazione che per definizione. Una volta lessi una sciocca favoletta intitolata The Three Princes of Serendip: nel corso dei loro viaggi le loro altezze scoprivano continuamente per caso e per sagacia cose che non andavano cercando: per esempio uno di loro scoprì che un mulo cieco dall'occhio destro era passato per la loro stessa strada di recente, perché l'erba era mangiata solo sul lato sinistro, dove era più brutta che sul destro - ora capisci cos'è la serendipity

Ritratto di Horace Walpole

Ritratto di Horace Walpole

E quindi sappiamo che la parola serendipità è stata usata per la prima volta da questo scrittore ispirato da una favola probabilmente di origini orientali (Serendip è l'antico nome dello Sri Lanka).

Leggendo un simpatico libricino che si chiama Serendipità, istruzioni per l'uso, di Massimo Mongai, uno scrittore italiano di fantascienza, ho scoperto però che in questa lettera di Horace Walpole c'è qualcosa che non torna.

Walpole fa riferimento a una favola pubblicata in italiano nel 1557 con il titolo: Peregrinaggio di tre giovani figliuoli del re di Serendippo. Intanto in questa fiaba non si parla di un mulo ma di un cammello. Ma soprattutto nella storia dei tre principi non si parla proprio di serendipità, ma di una cosa che forse un po' ci somiglia...

I tre principi infatti non trovano niente, non fanno casuali e felici scoperte. Piuttosto, osservando con grande attenzione la strada per la quale stavano camminando, indovinano molti dettagli riguardo un certo cammello che si era perso, pur non avendolo mai visto.

Hai presente Sherlock Holmes? Ecco i tre principi di serendippo scoprono delle cose con quel tipo di ragionamento tipico delle investigazioni di Sherlock Holmes (o anche del dottor House). Si chiama ragionamento abduttivo. E però non è serendipità. Pare che tra serendipità e abduzione ci siano dei legami, ma non sono la stessa cosa.

Il libro probabilmente più completo sulla serendipità - che ricostruisce la nascita di questa parola e l'evoluzione del suo significato - l'ha scritto negli anni '50 Robert Merton, uno dei sociologi più importanti del secolo scorso, assieme al collega Elinor Barber. Anche questo libro ha un storia curiosa perché è rimasto chiuso in un cassetto per quasi 50 anni, e poi fu pubblicato per la prima volta non in inglese, bensì in italiano, dalla casa editrice Il Mulino.

Nel libro - che si chiama Viaggi e avventure della serendipity - c'è questa definizione:

Serendipity può significare trovare qualcosa di prezioso mentre si cerca qualcosa di completamente diverso; oppure trovare qualcosa che si andava cercando, ma in un luogo o in un modo del tutto inaspettati. La parola implica sempre una scoperta e sempre quello che Walpole ha chiamato caso fortunato, ma l'esatta miscela di sagacia e di fortuna varia con il variare dei contesti in cui la parola viene usata.

La serendipità quindi non è una semplice coincidenza fortunata. Ha bisogno di sagacia.
E sagacia significa perspicacia, capacità di valutare tutti gli elementi di una situazione, di andare all'essenza di qualche cosa.

La scienza della serendipità

Nel 2015 alcuni studiosi italiani dell'Università La Sapienza di Roma hanno provato a capire i meccanismi della serendipità con una ricerca sulla capacità del cervello di cogliere ed elaborare gli stimoli visivi.

La ricerca ha dimostrato che diventiamo molto più bravi a prestare attenzione alle cose che ci passano davanti quando l'osservazione del mondo esterno non è guidata da aspettative probabilistiche e temporali rigidamente definite.

Fabrizio Doricchi, il neuropsicologo che ha guidato il gruppo di ricerca, spiega così:

La serendipità sembra prodursi quando l’attenzione di un osservatore attivo non è strettamente focalizzata su ciò che, in base all'esperienza di eventi passati coscientemente percepiti, ci si aspetta di osservare in futuro. In pratica, quando non ci sono regole in quello che osserviamo. Quando non abbiamo particolari aspettative, diventiamo più bravi a vedere anche quello che di solito non riusciamo a vedere.

Serendipità e mindfluness

Mentre facevo ricerche per questo articolo avevo sempre la sensazione che prima o poi qualcuno avrebbe dovuto parlare di mindfulness.

Che c'entra la meditazione con la serendipità?

Non lo so esattamente, ho avuto solo una mezza idea. La pratica della mindfluness - ci dicono Jon Kabat-Zinn e altri - è una forma di risveglio. Ci invita a guardare la realtà per quella che è, senza farci troppo influenzare dalle aspettative che ci creiamo in base alle nostre esperienze del passato. Stare nel presente significa anche guardare la realtà con occhi nuovi, lasciare andare giudizi e pregiudizi.

E questo non somiglia un po' all'affermazione del neuropsicologo riportata prima? Quando non abbiamo particolari aspettative diventiamo più bravi a vedere quello che di solito non riusciamo a vedere.

Quando invece siamo troppo presi dai nostri pensieri, immersi nei nostri soliti schemi mentali, guidati dalle nostre granitiche convinzioni sul mondo e sulle altre persone, siamo anche meno capaci di vedere la realtà per come è veramente. E tante felici e casuali scoperte potrebbero sfuggirci.

Per questo mi viene da pensare che invece una mente allenata alla mindlfuness dovrebbe essere anche una mente molto serendipitosa, no?

Con questa mezza idea in testa mi sono tuffata a fare ricerche e in rete e ho trovato...

... niente.

Niente di interessante sul tema mindfulness e serendipità. E quindi ciccia, probabilmente la mia è un'idea del piffero.

E però io il tarlo che sarebbe bello approfondire questo tema ce l'ho.

New York è una città di cose che passano inosservate

Prima ho scritto che scandagliando la rete in cerca di nessi tra mindfulness e serendipità non ho trovato niente. Non è del tutto corretto. Qualcosa ho trovato, anche se non era quello che stavo cercando - appunto.

Quello che ho trovato è un librino dei primi anni sessanta scritto da un giornalista americano, Gay Talese, considerato uno dei padri fondatori del giornalismo narrativo. Il libro si chiama New York: a Serendipiter's journey.

Si tratta di un lungo e bellissimo articolo che Talese ha scritto quando aveva 27 anni per raccontare la città di New York nella qualche era andato a vivere da qualche anno per fare il reporter.

Una strada di New York nel 1962

New York City 1962 - Crediti immagine Christoph Zoubek

È un viaggio di serendipità, alla scoperta di fatti, personaggi e situazioni a cui nessuno bada e forse di nessuna importanza. In italiano questo articolo è stato pubblicato all'interno di un libro intitolato Frank Sinatra ha il raffreddore nel quale sono raccolti alcuni dei pezzi giornalistici migliori scritti da Talese.

Ecco come comincia questo racconto newyorkese

New York è una città di cose che passano inosservate. In questa città i gatti dormono sotto le auto parcheggiate, due armadilli di pietra si arrampicano su per i muri della cattedrale di San Patrizio e migliaia di formiche si radunano in cima all'Empire State Building. Probabilmente sono stati gli uccelli o il vento a portare lassù le formiche, ma nessuno lo sa per certo; a New York nessuno sa delle formiche più di quanto sappia dell'accattone che prende sempre il taxi per la Bowery, o del signore azzimato che fa la cernita dei rifiuti frugando nei cestini della sesta Avenue, o della medium sulla West Seventies che proclama: "sono chiaroveggente, chiaroudente e chiarosenziente".
New York è il paradiso degli eccentrici e una miniera di notizie curiose. I newyorkesi sbattono le palpebre 28 volte al minuto, quaranta quando sono nervosi. Molti mangiatori di pop corn allo Yenkee Stadium smettono di masticare un istante prima del lancio. I masticatori di gomma sulle scale mobili di Macy's smettono di far lavorare le mascelle un istante prima di smontare, per concentrarsi sull'ultimo scalino. Nel pulire la vasca dei leoni marini, allo zoo del Bronx, gli addetti portano a galla monete, graffette, biro e agendina da bambina (...)

Per me è bellissimo. C'è anche una parte dedicata ai gatti randagi che in alcuni quartieri, dopo una certa ora, prendono possesso di vicoli e strade.

È un piccolo capolavoro di giornalismo, narrativa e sociologia assieme.


La mia serendipità

Ok, dopo questo post alla scoperta della serendipità che cosa ci resta? Cosa ci portiamo a casa?

Serendipità è una parola affascinante e anche un po' sfuggente. È più che altro una intuizione, una ispirazione.

Io da questa mia piccola ricerca mi sono portata a casa tre insegnamenti.

1. Riconsidera i tuoi sbagli. La ricerca scientifica ce lo insegna: tante belle scoperte nascono da errori, da effetti indesiderati, da situazioni inizialmente etichettate come fallimenti. La prossima volta che mi capiterà di fare un errore cercherò di guardalo con gli occhi bene aperti... chissà che non nasconda qualcosa di prezioso.

2. Osserva il mondo con attenzione. Io sono una persona introversa, e come tutti gli introversi tendo un po' a vivere dentro la mia testa. Per carità, nulla di male in questo, ma c'è il rovescio della medaglia: quando ci facciamo trascinare dal nostro mondo interiore rischiamo di non cogliere in pieno la ricchezza e le opportunità che ci sono fuori da noi. Quindi un po' di allenamento all'osservazione neutrale delle cose così come sono ritengo sia benefico.

3. Non smettere mai di cercare. Serendipità significa: trovare qualcosa di prezioso mentre si cerca qualcosa di completamente diverso; oppure trovare qualcosa che si andava cercando, ma in un luogo o in un modo del tutto inaspettati. In entrambi i casi sempre di ricerca si tratta. Se si smette di cercare, se si abbandona la curiosità, la passione per la conoscenza, il desiderio di imparare, allora la serendipità non può avere spazio per manifestarsi. E sarebbe davvero un peccato.

Ecco, ora mi piacerebbe invece sapere che cosa ne pensi tu della serendipità. Se conoscevi questa parola, se l'hai mai usata, se ne hai mai fatto esperienza. Raccontamelo nei commenti se ti va :)


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