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La rana bollita - Una storia d'ansia, attacchi di panico e cambiamento - di Marina Innorta

Smettiamo di lamentarci

Crescita personale

Tutti noi, in un modo o nell'altro, qualche volta ci lamentiamo. Del tempo, delle tasse, della stanchezza, dei dolori, del caldo, del freddo, del capo, del collega, del partner.

Lo facciamo tutti, ma, a ben vedere, non in ugual misura: c'è chi non si lamenta quasi mai, e ha un atteggiamento quasi stoico nei confronti delle difficoltà e dei problemi, e chi al contrario sente il bisogno di esternare il suo disappunto per ogni minimo ostacolo o fastidio che incontra per strada. Nel mezzo, tra i due estremi, c'è chi si lamenta poco, abbastanza, molto, moltissimo...




In genere siamo tutti abbastanza consapevoli del fatto che lamentarsi non aiuta a risolvere i problemi, eppure lo facciamo ugualmente.

Perché?

Buone ragioni per lamentarsi

Anni fa ho cercato spesso di smettere di fumare, senza riuscirci. Per arrivare a smettere davvero ho dovuto attraversare diverse fasi di consapevolezza: a ogni tentativo che fallivo imparavo qualcosa. Una delle cose più importanti che ho capito in questo processo è che non sarei riuscita a smettere di fumare se prima non avessi capito perché lo facevo. Dire a me stessa che non c'era alcuna buona ragione per fumare non esauriva affatto l'argomento: se continuavo a fumare malgrado sapessi che mi faceva male, un qualche motivo dovevo pure averlo. Capire quali erano i motivi per cui fumavo è stato un passaggio fondamentale per prenderne coscienza e per smontarli uno a uno.

Possiamo fare lo stesso ragionamento riguardo le lamentele. Inutile dire: lamentarsi non serve a niente, lamentarsi non risolve i problemi, lamentarsi non è una strategia (cit). Tutto vero, per carità, ma se continuiamo a farlo un motivo deve pure esserci. Forse, se capiamo perché lo facciamo, ci sarà più facile smettere.

Spesso ci troviamo a usare la lamentela come strumento nelle interazioni con le altre persone. Ecco a cosa può servire lamentarsi.

1. Avviare una conversazione o creare un clima di complicità e cameratismo
Immagina di essere nella sala d'attesa di un dottore. C'è tanta gente, il dottore è in ritardo, è estate, fa molto caldo e l'aria condizionata non funziona.
In una situazione come questa, è molto facile che qualcuno cominci a sbuffare e a lamentarsi, ricevendo immediatamente consensi da parte degli altri. È un modo per creare un contatto con le altre persone, un dire siamo tutti nella stessa barca. Non muove di un centimetro la situazione: resta sempre caldo, l'aria condizionata non si aggiusta, la coda non si accorcia. Però ci permette di passare il tempo facendo due chiacchiere con i compagni di sventura e crea quel clima un po' complice e solidale che, diciamolo, aiuta a stemperare la noia e la pesantezza della situazione.

2. Mettere le mani avanti cercando di giustificare una qualche manchevolezza prima che ci venga rimproverata
Un esempio? Arrivi in ritardo a una riunione di lavoro e sbotti: c'è un traffico infernale oggi!
Oppure sei a una cena con alcuni amici ma non ti senti troppo in forma e dici: ah io non sto proprio bene stasera, ho un mal di testa... penso proprio che andrò a casa presto.
Sono piccole lamentele innocue, che talvolta ci viene spontaneo esprimere per giustificarci, o per dare una spiegazione del nostro comportamento quando temiamo di non essere capiti.

3. Per evitare di chiedere
Sei assieme a un amico, è quasi ora di cena, pensi che sarebbe carino andare a mangiare una pizza assieme, e allora esordisci dicendo: accidenti è quasi ora di cena e non ho avuto tempo di fare la spesa! - sperando che l'amico decida di invitarti a cena.
Oppure sei in ufficio, si è appena rotta la fotocopiatrice; vedi passare un collega e cominci a sbuffare: ah ma questa fotocopiatrice si rompe sempre, e ora come faccio? - sperando che il collega decida di correre in tuo aiuto. Sono tutte situazioni in cui sostituiamo una richiesta con una lamentela, sperando che l'altro capisca e ci accontenti. In verità sarebbe molto più semplice imparare a chiedere.

4. Lamentarsi per sottrarsi alle proprie responsabilità
È la classica lamentela fine a se stessa, tipica di chi si dibatte in un problema, non trova la soluzione, e sente di non avere strumenti per affrontare la situazione. Lamentarsi allora diventa una strategia (per niente utile però) per gestire la situazione senza farsene veramente carico. Di solito questo tipo di lamentele si riconoscono perché se l'interlocutore prova a offrire una soluzione o un punto di vista nuovo su cui riflettere, chi si sta lamentando reagirà in modo nervoso e dicendo cose del tipo ma è impossibile, tu non capisci, ma figurati.

5. Lamentarsi per ottenere l'attenzione degli altri
Certe volte, e in particolare per certe persone, lamentarsi è un modo per ottenere l'attenzione degli altri, per tenere i riflettori puntati su di sé. Fa parte della natura umana prestare attenzione a chi sta male, a chi ha un problema, e per questo ad alcune persone viene spontaneo lamentarsi di continuo con gli altri così da ricevere attenzione, affetto, considerazione.

Queste sono cinque modalità diverse di lamentarsi.

Può essere che tutti noi, una volta o l'altra, ci siamo cascati. Non penso ci sia nulla di male in questo. Il problema insorge quando la lamentela (o lamentazione come diceva una persona di mia conoscenza) diventa una modalità abituale per metterci in rapporto con gli altri. Se succede questo allora dovremmo fermarci un attimo a riflettere su quello che stiamo facendo.

Prima però una precisazione...

Lamentarsi o esprimersi?

Ho letto molti articoli in cui si dice che lamentarsi è una brutta abitudine e che sarebbe bene, per un sacco di buone ragioni, evitare il più possibile di farlo. Fondamentalmente sono d'accordo, ma mi preme molto sottolineare la differenza tra lamentarsi a vuoto ed esprimere i propri sentimenti.

La vita non è sempre rose e fiori. Capitano le cose brutte, capitano i momenti no, capitano i problemi. Le nostre emozioni non sono sempre di gioia, felicità, gratitudine, serenità. Proviamo anche rabbia, tristezza, dolore, delusione, preoccupazione.

Così come siamo fortemente incoraggiati a esprimere e condividere le emozioni positive, io penso che non dovremmo mai sentirci in dovere di reprimere o nascondere quelle negative.

Se sono triste, preoccupata, delusa, vorrei avere la possibilità di esprimere questi miei stati d'animo, di parlare dei problemi che mi tormentano, di cercare un conforto, un aiuto, o semplicemente essere ascoltata.

Insomma io non penso che si debba per obbligo essere sempre positivi, condividere solo le gioie e tenere per sé i dolori, perché credo che questo possa fare molto male.

Come la mettiamo però con il discorso delle lamentele? Come faccio a distinguere se mi sto solo lamentando in modo improduttivo e sterile, o se sto legittimamente esprimendo i miei stati d'animo negativi?

Qual è il confine tra la lamentela e la libera espressione dei propri sentimenti?

Ci ho pensato a lungo e mi sono venute in mente queste due cose.

La prima è di natura quantitativa: quanto spesso ci accade di esprimere stati d'animo negativi? Se lo facciamo di continuo, scaricando le nostre frustrazioni sugli altri per abitudine, allora è probabile che siamo nel campo delle lamentele. Se ci capita più raramente, in occasione di situazioni o problemi particolarmente difficili, allora magari non ci stiamo lamentando, ma ci stiamo prendendo solo un legittimo spazio per esprimere quello che proviamo.

La seconda è di natura qualitativa e riguarda proprio la qualità della relazione con la persona a cui ci rivolgiamo. I lamentatori professionisti di solito si lamentano con chiunque li ascolti, ripetono sempre le stesse cose, e non tengono particolarmente in considerazione l'opinione dell'altra persona. Quando invece l'obiettivo non è il lamentarsi fine a se stesso, ma stiamo semplicemente esprimendo le nostre emozioni, sia pure negative, ci rivolgiamo a persone care, che ci possono capire. Rispettiamo la loro opinione e stiamo bene attenti a non trattarli come se fossero un cestino dei rifiuti.

Perché lamentarsi fa male?

Una volta stabilito che ci è concesso esprimere le emozioni negative e che condividere un problema, un dolore, un momento di difficoltà, non significa automaticamente lamentarsi, vediamo di capire perché le lamentele sono generalmente deleterie.

I motivi sono in buona sostanza due.

  1. Lamentarsi di continuo è dannoso perché ci fa concentrare sui problemi e non sulle soluzioni. La classica lamentela è un circolo vizioso: questa situazione è antipatica, non mi piace, non la posso accettare per un sacco di buoni motivi, che fatica, che noia... e si resta lì, impantanati nel problema. Si utilizzano energie per rimuginare sui problemi senza avvicinarci alle soluzioni. Più lo facciamo, più le situazioni tendono a sembrarci senza via di uscita. Lamentarci di continuo non fa altro che alimentare la sensazione di impotenza, quella che ci tiene bloccati e che ci impedisce di trovare una soluzione ai problemi e di superare le difficoltà.

  2. Lamentarsi fa male alle relazioni. Molte delle nostre lamentele hanno una funzione comunicativa: lo facciamo per chiedere attenzione, per essere accontentati, per scaricare sugli altri le nostre frustrazioni. Quando lamentarsi diventa un'abitudine, quando lo facciamo di continuo, stiamo anche logorando le nostre relazioni. Stare ad ascoltare qualcuno che si lamenta richiede una certa dose di impegno e di energia: ci si sente investiti da malumore, tristezza, rabbia, disagio. Se la cosa esce dall'occasionalità e diventa un'abitudine, allora la relazione per forza di cose si logora. Chi si sente interpellato solo per ricevere lamentele, presto o tardi, in un modo o nell'altro, si stanca.

La sfida

Io penso che smettere di lamentarsi - o quanto meno ridurre al minimo questa pratica così antipatica - non sia in fondo molto difficile. Richiede però attenzione e consapevolezza. Chi è abituato a lamentarsi infatti lo fa senza senza riflettere, in modo automatico.
Quindi ci sta che ci scappi di sbuffare anche più volte al giorno perché piove, il capo è nervoso o ci fa male un ginocchio.
Dovrebbe però essere più facile, con un po' di attenzione, evitare le lamentele più insistenti e più dannose: insomma se usciamo con un amico e per i primi dieci minuti non facciamo altro che lamentarci di qualcosa dovremmo essere in grado di accorgerci di cosa stiamo facendo e fermarci, no?

Will Bowen, un pastore americano, qualche anno fa ha lanciato questa sfida: stare senza lamentarsi per 21 giorni. C'è un sito dedicato all'iniziativa, e un libro, A Complaint Free World che è stato anche tradotto in italiano con il titolo Io non mi lamento (l'edizione italiana però è fuori catalogo).

La sfida del reverendo Bowen funziona così: si indossa un braccialetto, poi ci si impegna a non esprimere lamentele (né critiche) per 21 giorni. Quando si cede alla tentazione della lamentela, si sposta il braccialetto nell'altro polso e si ricomincia dal primo giorno.

È una sfida carina, senza dubbio, però, sinceramente, non credo che sia praticabile (e forse nemmeno desiderabile) eliminare completamente qualsiasi espressione di negatività.

Quindi voglio proporre una sfida più semplice e meno rigida.

La lancio prima di tutto a me stessa.

Mi impegno fino alla fine di questa settimana a non lamentarmi e segnerò su un quaderno tutti gli sgarri, scrivendo di cosa mi sono lamentata, con chi, in che momento.

Il senso della sfida non è tanto riuscire davvero a eliminare del tutto le lamentele, quanto quello di prendere consapevolezza. Per capire: quando spesso mi lamento? di quali cose mi lamento di più? con quali persone? come mi sento dopo averlo fatto? quando mi viene da esprimere una lamentela, se mi fermo in tempo, con cosa posso sostituirla?

Se ti va, accetta anche tu la sfida, proviamo a farlo assieme e condividiamo i risultati nei commenti. Sono sicura che possiamo imparare molto su noi stessi con questa semplice pratica.

Ecco le istruzioni.

1) Accettare la sfida scrivendolo nei commenti.
2) Cercare di lamentarsi il meno possibile per cinque giorni.
3) Appuntarsi quando abbiamo ceduto alla lamentela, di cosa ci siamo lamentati, e con chi.
4) Condividere nei commenti come è andata alla fine dei cinque giorni.

Fammi sapere ;)


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