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La rana bollita - Una storia d'ansia, attacchi di panico e cambiamento - di Marina Innorta

Imparare la perseveranza in un mondo che insegue il cambiamento

Approfondimenti

È tempo di inizi. Comincia l'anno nuovo e mai come quest'anno credo abbiamo proprio voglia di lasciarci alle spalle quello vecchio.  Gli inizi sono belli, affascinanti, hanno il sapore dell'alba, della promessa, della possibilità. È come avere davanti un foglio bianco e sapere di poterlo riempire di colori meravigliosi.

Spesso sentiamo dire che l'importante è cominciare. Quando ci arrovelliamo su quella cosa che dobbiamo fare e non ne abbiamo voglia, o su quel progetto che abbiamo in mente ma non troviamo mai il tempo (o il coraggio) di realizzare. L'importante, si dice, è fare il primo passo, il resto verrà da sé. Non è del tutto sbagliato secondo me. Siamo fin troppo spesso frenati da dubbi, incertezze, indolenza, inerzia, che nel loro insieme tendono a farci stare immobili, e allora sì che la cosa importante è darsi una mossa, fare il primo passo, cominciare ad affrontare la situazione.

Una volta fatto il primo passo però, se quello che abbiamo in mente è importante, in qualche modo ambizioso, o anche difficile, ci rendiamo conto che non basta. Dopo aver cominciato c'è bisogno di continuare, di essere costanti nel tempo, ed è qui che le cose per molti di noi si fanno più difficili.

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Paesaggio con treno - Edvard Munch - 1900

Mi sembra che nella cultura che oggi va per la maggiore tenda a dominare il provvisorio, il cambiamento continuo, il risultato immediato. Sembrerebbe, a uno sguardo superficiale, che di perseveranza non ce ne sia bisogno e che siano più importanti qualità come velocità, flessibilità, adattamento, intuito. Ma è davvero così?

Perseveranza + Passione = Grinta

Finalmente mi sono decisa a leggere il famoso libro della psicologa Angela Duckworth, Grinta. Il potere della passione e della perseveranza, una lettura che mi ha soddisfatto per metà perché, come temevo, il tema viene trattato con quel tipico taglio all'americana, molto orientato verso una certa idea di successo. Nel libro sono riportati anche i risultati delle attività di ricerca dell'autrice, ma sono più un contorno rispetto agli aneddoti che prendono a esempio i soliti casi di persone che sono riuscite a ottenere risultati eccezionali nel loro campo. Non che non siano interessanti, anzi; quello che non mi piace molto in questo tipo di libri è che danno per scontata una certa idea di successo e non si soffermano a definirlo né a metterla in discussione. Sarebbe un discorso lungo da affrontare, magari una volta di queste mi metto a caccia di definizioni di successo e ci faccio un articolo.

Comunque, a parte questa premessa, nel libro di Angela Duckworth ci ho trovato diversi spunti interessanti. Lei sostiene che il successo (comunque lo vogliamo definire) dipenda in larga misura da quella che lei chiama grinta, una combinazione di passione e perseveranza. Sono le persone che amano quello che fanno e che riescono a essere costanti nel tempo e a non lasciarsi abbattere dagli ostacoli che alla fine hanno la meglio. Forse la parola grinta non è proprio la più adatta, perché, almeno in italiano, rimanda a un atteggiamento aggressivo e dominante, che non è necessariamente collegato con quello che si intende nel libro, che ha più a vedere con la determinazione, la costanza, e il desiderio di miglioramento.

Secondo l'autrice questa combinazione tra passione e perseveranza si costruisce nel tempo, soprattutto attraverso l'azione e il confronto con il mondo esterno. Secondo le sue osservazioni la grinta è una caratteristica che tende a crescere con l'età: sono le persone più avanti con gli anni a ottenere i punteggi più elevati nella scala messa a punto per misurare il livello di grinta. Come mai i giovani sono mediamente meno perseveranti delle persone più mature? Ci sono due possibili spiegazioni a questo risultato. La prima è che le generazioni più vecchie tendano a essere più caparbie perché sono cresciute in un clima culturale che tendeva a dare più valore all'impegno rispetto a quanto accade oggi. Insomma si tratterebbe, secondo questa ipotesi, di un fatto generazionale e questo andrebbe ad avvallare una certa narrazione secondo la quale le nuove generazioni sono meno impegnate, più superficiali, e meno determinate rispetto a chi le ha precedute.

Oppure, in alternativa, è possibile - e la Duckworth sembra preferire questa ipotesi - che la grinta tenda a svilupparsi con la maturità, e che quindi sia normale che i giovani, mediamente, ne abbiano meno. Potrebbe essere cioè che:

questo tratto del carattere cresca via via che ci inventiamo una filosofia di vita, impariamo a scrollarci di dosso le delusioni e scopriamo la differenza tra obiettivi minimali da lasciar cadere in fretta e scopi fondamentali che esigono un impegno più costante.

Mi sembra una ipotesi importante. Ci sono persone infatti che una volta superata una certa età cominciano a pensare che ormai quello che potevano fare è fatto, come se le energie per costruire si esaurissero con gli anni giovanili e poi non resti altro che adagiarsi su quello che c'è. Queste osservazioni di Angela Duckworth ci dicono che non è proprio vero, e che anzi è proprio negli anni della maturità che ci ritroviamo ad avere messo assieme abbastanza lezioni di vita e capacità di risposta alle sfide, sempre diverse, che la vita ci mette davanti. Quindi ultra quarantenni - e anche ultra cinquantenni - non avete più scuse ;)

Insomma, perseveranti si diventa, e almeno in questo avere un po' di anni sul groppone non è necessariamente una cosa negativa.

Come favorire il processo

Se questa combinazione di passione e perseveranza che ci aiuta a realizzare in pieno il nostro potenziale non è qualcosa di fisso, ma può crescere nel corso del tempo, cosa possiamo fare per alimentarla?

Secondo Angela Duckworth dobbiamo prestare attenzione a quattro fattori.

1) Il primo è l'interesse. Quella che siamo comunemente abituati a chiamare passione altro non è che una dedizione duratura e non è qualcosa che si scopre attraverso l'introspezione o una improvvisa illuminazione, bensì attraverso l'azione. Sono i nostri interessi, nel momento in cui li mettiamo in pratica e ci sperimentiamo nelle situazioni, che possono, con il tempo, trasformarsi in passioni.

Primo viene l'interesse. La passione nasce quando quello che facciamo ci procura intrinsecamente piacere.

2) Dopo l'interesse viene la pratica, cioè il desiderio di migliorare, di diventare sempre più bravi in quello che ci interessa: perfezionarsi, esercitarsi, concentrarsi sui punti deboli e lavorare su quelli. Qui il riferimento è agli studi di un altro psicologo, Anders Ericsson, noto per avere elaborato la teoria delle diecimila ore che è stata ripresa su più fronti per dimostrare che il talento non è rilevante quanto la pratica. Ma non, appunto, una pratica qualsiasi. Per migliorare non è sufficiente esercitarsi, bisogna impegnarsi in quella che Ericsson ha chiamato pratica deliberata: un esercizio svolto in solitudine, con lo scopo preciso di lavorare sui propri limiti e di superarli.

3) Quindi: interesse, pratica, e poi, terzo elemento della grinta secondo Angela Duckworth, avere uno scopo. Uno scopo è qualcosa di diverso da un obiettivo. Lo scopo fa riferimento a un ideale, al desiderio di dare un contributo positivo al mondo che ci circonda.

Ciò che porta a vera maturazione un interesse appassionato è l'idea che ciò che facciamo conti qualcosa. Un interesse fine a se stesso, privo di uno scopo, è quasi impossibile da coltivare per tutta la vita. Pertanto è fondamentale considerare il proprio lavoro interessante non solo dal punto di vista personale, ma anche intrinsecamente legato al bene del prossimo. In qualche raro caso questo senso di uno scopo di vita si affaccia fin da subito, ma per lo più la motivazione altruistica emerge soltanto dopo lo sviluppo di un interesse preciso e anni di pratica disciplinata.

Ancora una volta è la variabile tempo a essere determinante. La passione si scopre nel tempo, sperimentando vari interessi e agendo nella pratica. Lo scopo si trova di solito ancora più avanti nel percorso, quando ci rendiamo conto che quello che facciamo non solo ci gratifica, ma può avere anche un impatto positivo sugli altri.

4) C'è poi il quarto elemento che secondo l'autrice è fondamentale per sviluppare la grinta: la speranza. Sembra strano trovare l'idea di speranza all'interno di un contesto così pragmatico, eppure speranza e perseveranza sono legate a doppio filo. La speranza ha a che vedere con l'aspettativa di un futuro migliore.

Per quanto possiamo impegnarci, nel nostro quotidiano, a stare concentrati sul presente, nella nostra cultura occidentale è l'idea del futuro a fare spesso da guida alle nostre azioni. Ci impegniamo perché speriamo che domani sarà migliore di oggi. A volte può essere complicato conciliare i due aspetti. Ci diciamo - o almeno io lo dico spesso - che dobbiamo imparare a praticare l'accettazione, ad assaporare il momento presente, a radicarci qui e ora, eppure al contempo abbiamo bisogno di progetti, di costruire, di guardare avanti. Sono inconciliabili questi due aspetti? Io credo di no, credo al contrario che si possano bilanciare tra loro, ma è indubbio che in più di un caso possono entrare in conflitto.

Comunque, divagazioni a parte, esistono due tipi diversi di speranza. Una è una speranza passiva, di quando ci limitiamo a dire: speriamo che domani ci sia il sole! Speriamo che il raffreddore domani migliori! Speriamo che questo anno sia migliore di quello precedente!

Ma esiste anche un altro tipo di speranza, strettamente legata alla dimensione dell'agire. Speriamo in un domani migliore perché oggi stiamo facendo qualcosa per andare nella direzione desiderata. La speranza ha a che vedere con l'assumere una mentalità di crescita, con il credere che le nostre capacità non sono fisse e date per sempre, ma possono migliorare.

Campioni di perseveranza

Ho il sospetto che gli scrittori, forse non tutti ma sicuramente molti, per riuscire in quello che fanno devono per forza essere perseveranti. Si può nascere con una certa inclinazione verso la scrittura. Scrivi bene è una cosa che ti dicono fin dal liceo. Ma tra scrivere bene e scrivere qualcosa di buono c'è un abisso. Sono molti gli autori famosi che sottolineano come le loro opere siano frutto di un numero infinito di ore passate inchiodati alla scrivania a scrivere e riscrivere di continuo finché quello che resta sulla pagina non comincia a somigliare a qualcosa di decente.

Nel libro di Angela Duckworth, Grinta, gli scrittori sono citati in più punti come esempi di perseveranza. Ho trovato molto significative a questo proposito le parole dello scrittore e giornalista Ta-Nehisi Coates.

La tua sfida, se scrivi, è vedere il tuo orrore sulla pagina scritta. Poi ci dormi sopra.
Ti svegli l'indomani, riprendi quell'orrore e ci lavori ancora per farlo meno orrendo. E ci ridormi sopra.
E viene il terzo giorno: ci lavori un altro po' e lo rifai un po' meglio. Poi ci ridormi sopra, il terzo giorno.
Poi rifallo di nuovo, finché non diventa decente, e un'altra volta ancora: se hai fortuna, va bene così.
Se ce l'hai fatta fin qui è un buon successo.

Ecco, questa è la pratica deliberata applicata allo scrivere. Ho la sensazione che questo genere di perseveranza possa funzionare non solo nella scrittura ma in molte altre cose importanti che facciamo nella vita. Ci sono risultati che vogliamo ottenere che non sono facili, né a portata di mano, che sembrano montagne invalicabili. Eppure, se affrontiamo queste sfide con l'atteggiamento di chi è disposto a fallire e a riprovare, piano piano, con tanta pazienza, lavoro, e tempi lunghi, alla fine i risultati arrivano.

Avere grinta da questo punto di vista non significa tanto volere vincere, o essere al top, ma essere disposti a cadere e rialzarsi ogni volta che sarà necessario.

Perseveranti ma non testardi

Quando ho cominciato a scrivere questo articolo non era mia intenzione dedicare così tanto spazio al libro di Angela Duckworth, perché volevo soffermarmi anche su un altro libro che tratta dello stesso tema ma da una prospettiva diversa. Si tratta di questo Perseveranza del filosofo Salvatore Natoli, pubblicato nella collana Parole Controtempo dell'editore Il Mulino. Trovo che sia sempre interessante accostare approcci diversi a temi simili: una psicologa americana e un filosofo italiano hanno necessariamente prospettive divergenti, eppure nel leggere questi due libri assieme, si trovano anche punti di contatto e mi viene da dire che uno arricchisce l'altro.

Anche se l'articolo sta diventando decisamente lungo, un paio di cose in più che ho trovato in questo secondo libricino vale la pena sottolinearle, anche perché rispetto all'approccio tutto d'un pezzo del libro della Duckworth qui troviamo qualche sfumatura e qualche dubbio in più, che male non fa.

La prima cosa che volevo riprendere riguarda la speranza che anche qui è trattata come qualcosa di strettamente legato alla perseveranza. La speranza, dice Salvatore Natoli, ha una doppia faccia. Nel mito del vaso di Pandora la speranza è l'ultima dea, quella che resta lì come ultima riserva.

Ma è la dea che salva da tutti i mali o è quella più maligna perché illude di salvezza?

Speranza e paura sono sempre collegate tra loro. E se volete approfondire questo legame da una prospettiva ancora diversa, quella del buddhismo, consiglio la lettura di questo articolo: Pema Chödrön: speranza e paura sono due facce della stessa medaglia, sul blog di Paolo Subioli, Zen in the City.

Anche per Salvatore Natoli la speranza non può essere solo attesa passiva che qualcosa migliori, e qui forse ci aiuta anche risolvere quell'apparente contraddizione tra sperare per il futuro ma restare ancorati al presente.

Per far sì che la speranza da generico sentimento si trasformi in effettiva possibilità bisogna coltivarla nel presente, farla germogliare nel qui e ora, in mezzo ai disagi e alle difficoltà. Essere perseveranti significa proprio questo: se, infatti, sperare è un sentire, perseverare è un agire e come tale virtù.

La seconda cosa alla quale volevo quanto meno accennare riguarda l'eccesso di perseveranza.

Nel libro di Angela Duckworth, l'autrice alla fine si domanda se troppa grinta possa avere qualche controindicazione e alla fine si risponde di no: secondo lei un eccesso di grinta non rischia di trasformarsi da virtù in difetto.

È diversa la risposta del filosofo, che invece (e secondo me a ragione) osserva che un eccesso di perseveranza può trasformarsi in qualcosa di indesiderato: la testardaggine. La differenza tra le due, dice Salvatore Natoli, è che chi persevera apprende dall'esperienza, chi invece è testardo non si mette mai in discussione e s'incaponisce nella sua scelta.

Il testardo insiste nei propri convincimenti perché non ha il coraggio di smentirsi anche quando ciò in cui ha creduto non ha più, realisticamente, sbocchi possibili.

Chi è testardo alla fine resta fermo sulle sue posizioni non perché vuole migliorare e migliorarsi, ma solo perché non vuole ammettere di avere incontrato un limite e non vuole smentire se stesso cambiando strada.

Per evitare che la perseveranza si trasformi in testardaggine è utile che gli obiettivi che ci poniamo siano alla nostra portata. Ma come valutarlo se prima non ci proviamo? Come facciamo a saperlo prima di rischiare di sprecare tempo ed energie? La verità è che non possiamo: di certo conoscendo noi stessi possiamo evitare di scegliere obiettivi per noi irraggiungibili, ma alla fine è solo l'esperienza, il provare, il fallire e ricominciare che può darci la giusta misura.

Molto spesso è nel corso del cammino che ci si rende conto se gli obiettivi che ci siamo prefissi sono alla nostra portata o non lo sono, e allora è intelligente valutare se proseguire, decidere di abbandonarli oppure riadattarli in base a quel che frattanto abbiamo appreso di noi e del mondo, consapevoli tra l'altro che le mete più grandi non le possiamo raggiungere da soli.

Se dovessi fare una sintesi estrema di tutto questo lungo percorso sulla perseveranza ecco come riassumerei i concetti chiave:

  • La perseveranza, cioè la capacità di andare avanti per la strada che abbiamo scelto nonostante le difficoltà è una qualità che abbiamo bisogno di sviluppare se vogliamo raggiungere i nostri obiettivi. Costanza, tenacia, resistenza nel tempo sono necessarie per ottenere dei buoni risultati in ogni campo.
  • La perseveranza ha senso solo se ci stiamo applicando in qualcosa che ci interessa, che ci appassiona, a cui diamo valore. Le passioni però non sono qualcosa che scopriamo dentro di noi così, all'improvviso, o pensandoci sopra. Scopriamo cosa ci appassiona partendo dai nostri interessi, sperimentando, andando nel mondo.
  • La passione diventa vera dedizione, e può portare a buoni risultati, se si accompagna con l'esercizio, con il desiderio di migliorare, e se ci applichiamo a superare i nostri punti deboli. Se l'idea è di diventare davvero bravi e competenti in quello che ci piace abbiamo bisogno della pratica deliberata.
  • Perseveranza e passione maturano nel tempo: non sono condizioni innate, ma anzi si sviluppano con l'età, con la crescita, con l'esperienza di vita. Da questo punto di vista sono vincenti la pazienza, la capacità di apprendimento, la disponibilità a fallire e a riprovare. E non è mai troppo tardi per diventare perseveranti, anzi.
  • Attenzione a non trasformarci da perseveranti in testardi: non buttiamoci sempre in avanti alla cieca, ma cerchiamo di imparare dal percorso, cerchiamo di capire se e dove stiamo sbagliando, e quando è il caso di mollare il colpo, o di correggere il tiro.

Io personalmente credo davvero di avere imparato a essere perseverante con gli anni. Da giovane ero una persona incostante, che si impegnava il giusto (leggi il minimo indispensabile) e che faceva fatica a portare avanti progetti a lungo termine. Adesso invece sono contenta di avere sviluppato questa qualità che credevo di non possedere; e sì, credo di potere dire che quando ho ottenuto qualche risultato positivo nella vita è stato sempre perché sono andata avanti senza farmi atterrare dalle difficoltà e dai fallimenti.


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