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La rana bollita - Una storia d'ansia, attacchi di panico e cambiamento - di Marina Innorta

Attendere, pazientare, respirare

Approfondimenti

Molti anni fa stavo chiacchierando con una persona a proposito dei personal computer, che all'epoca avevano appena cominciato a entrare nella nostra vita quotidiana. Sto parlando quindi di una conversazione avvenuta praticamente nella preistoria, e me la ricordo perché la persona con cui stavo discutendo fece un'osservazione molto acuta. Disse che utilizzare i computer avrebbe avuto un impatto nelle relazioni tra le persone perché ben presto avremo cominciato ad aspettarci dagli esseri umani la stessa velocità e precisione di risposta che ci aspettiamo da una macchina. E questo ci avrebbe fatto diventare terribilmente impazienti perché le reazioni umane sarebbero state inevitabilmente sempre più lente (e imprevedibili) rispetto a quelle di un computer.

Già molto prima dell'avvento dei computer, proprio agli albori della vita moderna, Georg Simmel - uno dei padri fondatori della sociologia - in un breve saggio del 1905 dedicato alla moda parlò dell'impazienza come tratto caratteristico dello spirito del tempo.

Il caratteristico ritmo impaziente della vita moderna significa non soltanto un rapido cambiamento dei contenuti qualitativi della nostra vita, ma anche la potenza del fascino formale del confine, dell'inizio e della fine, del venire e dell'andare.

In effetti, a ben pensarci, la moda è qualcosa che ci impone un ritmo tutto sommato immotivato, un'ansia di cambiamento, che ben rappresenta questo carattere dell'impazienza, questo bisogno che le cose si muovano in fretta, di voltare pagina, di passare oltre, raggiungere dei traguardi per lasciarceli subito alle spalle.

Insomma la pazienza sembra un tratto decisamente antiquato, una cosa da nonne, da vecchie zie che scuotono la testa dicendo che ci vuole pazienza...

Pazienza e cura

Ho letto questo breve libro di Gabriella Caramore che si intitola, appunto, Pazienza e fa parte della collana Parole controtempo, edita da Il Mulino. Ogni volumetto è dedicato a una parola. Oltre a pazienza ci sono anche: coraggio, limite, perseveranza, comunità e altre. Credo che attingerò spesso a questa collana per le mie letture (anche se sono un po' cari considerato quanto sono brevi, sia pure molto ben fatti).

Gabriella Caramore, scrittrice e conduttrice radiofonica, ha esplorato i significati della parola pazienza con cenni a diverse discipline: sociologia, filosofia, religione, letteratura.

La pazienza sembra essere una virtù controtempo (appunto), opposta alla direzione in cui si muove la nostra società che diventa invece sempre più veloce, istantanea, immediata. Una velocità e immediatezza che se da un lato ci tornano comode in molte occasioni (rendendo più facile il nostro quotidiano per esempio), dall'altra parte contribuiscono a renderci ansiosi, irrequieti, in perenne ricerca di una soddisfazione che sembra non arrivare mai.

Nel greco antico l'idea di pazienza si esprime con diverse parole e sfumature. Il verbo anéchomai che è vicino - spiega Gabriella Caramore - all'idea di sopportazione, ma anche al resistere, al perdurare; ma anche karterìa che indica la pazienza dei coraggiosi, di coloro che sanno attendere in vista di un obiettivo più vantaggioso; è il lato riflessivo del coraggio.

La parola pazienza esprime sempre questa duplicità di significati. C'è un pazientare passivo, di chi sopporta qualcosa di spiacevole o di sbagliato senza fare nulla per cambiare le cose. E c'è un pazientare attivo, di chi sa che le cose migliori richiedono tempo, e allora non si piega alla dittatura del risultato immediato ma sa attendere e perseverare.

La pazienza, come tutte le virtù, se portata all'estremo si trasforma in vizio. L'eccesso di pazienza è sinonimo di immobilismo, rassegnazione, mancanza di curiosità, di spinta; ma non è questo il lato della pazienza che ci piace. Meglio la ricerca della giusta tensione tra pazienza e impazienza, tra attesa e slancio, tra resa e combattimento.

La conclusione di Gabriella Caramore è che sia soprattutto nella cura - di sé e degli altri - che diventa evidente il valore della pazienza.

Avere cura del vivente richiede tempo, attenzione, attesa: in una parola pazienza

Se abbiniamo l'idea di pazienza a quella di cura, allora vediamo bene il suo carattere attivo, che non è un'attesa passiva, bensì un agire, silenzioso ma fecondo.

La pazienza non è allora soltanto una questione di attesa, anche attiva, che qualcosa si compia, ma una tensione di volta in volta diversamente elaborata per mantenere in vita ciò che si può spegnere, custodire ciò che si può infrangere, ricomporre ciò che è ferito, ridare respiro di dignità e libertà a ciò che vediamo pericolosamente in bilico sul ciglio del mondo.

Sedersi con pazienza

La pazienza è anche - secondo Jon Kabat-Zinn - uno dei sette pilastri della meditazione. Nel suo libro ormai classico, tradotto in italiano con il titolo Vivere momento per momento, scrive che la pazienza è una forma di saggezza che nasce dalla comprensione e accettazione del fatto che le cose hanno un loro naturale tempo di maturazione.

Il paragone con il crescere una pianta sarà forse banale ma lo trovo efficace (e poi ci torniamo verso la fine). Se metti in terra un semino, sai che lo devi annaffiare con pazienza ogni giorno e aspettare che cresca e non ha senso cercare di affrettare questo processo. Il massimo che ti è concesso è un po' di concime per rendere più fertile il terreno, ma per il resto devi lasciar fare al tempo.

Ecco, quando ci dedichiamo alle pratiche di mindfulness l'esercizio di pazienza verso noi stessi diventa molto importante.

Durante la pratica della consapevolezza coltiviamo la pazienza nei confronti del nostro corpo e della nostra mente. Ci ricordiamo deliberatamente che non c'è ragione di irritarci con noi stessi perché la nostra mente è costantemente occupata a giudicare o perché ci sentiamo tesi, agitati o spaventati, o perché pratichiamo già da un po' di tempo senza aver ottenuto risultati.

La mia pratica di mindfulness è, come sempre, incostante, ma quando mi ci metto lo vedo molto bene questo allenamento alla pazienza. La mente divaga, il corpo si fa sentire con la sua irrequietudine, l'immobilità è scomoda, i pensieri rimbalzano e non sempre sono piacevoli. Continuare comunque a stare seduti a fare il nostro esercizio, significa essere pazienti, ed è una pazienza che dà i suoi frutti perché spesso capita che dopo un po' la mente si acquieti, lasciandoci un po' più sereni di quando avevamo cominciato.

Ansia e pazienza

Trovo che essere pazienti sia una grande risorsa quando si soffre di disturbi d'ansia, che sono sempre dei grovigli complessi e raramente hanno spiegazioni e soluzioni semplici e veloci. Nella mia esperienza - e in quella di tante altre persone ansiose con le quali mi capita di venire in contatto molto spesso da quando ho scritto La rana bollita - ci sono periodi buoni e periodi cattivi, e dentro ciascun periodo giorni migliori e giorni peggiori. I disturbi tendono a tornare ciclicamente, e non sempre se ne capisce il motivo. Quando arrivano, nella migliore delle ipotesi sono quanto meno fastidiosi, nella peggiore diventano invalidanti e ci costringono a saltare giorni di lavoro, a rimandare impegni...

È facile reagire con un moto di insofferenza verso noi stessi, con questa cosa che arriva, ci fa stare male, ci blocca, senza un motivo apparente.

Ecco, la pazienza in questi casi è oro. Ogni volta che abbiamo la sensazione di essere scaraventati all'indietro in quel luogo scomodo dal quale abbiamo fatto tanta fatica per allontanarci, ci dobbiamo ricordare di nuovo di ricominciare da capo, di mettere in campo le nostre strategie, di attendere con calma e senza innervosirci che passi anche stavolta.

Tre tipi di pazienza

Più di mille parole attorno alla pazienza e ancora non ne ho dato una definizione. Ha a che vedere con l'attesa, ma anche con l'azione, con i piccoli passi, con la capacità di sopportazione del disagio (quando questo è necessario o utile in qualche modo) e anche con la creatività che ha bisogno dei suoi tempi per dare buoni frutti.

La psicologia sperimentale ha cominciato a interessarsi solo di recente della pazienza. In uno studio del 2012, pubblicato su The Journal of Positive Psychology, i ricercatori hanno definito la pazienza come la propensione di una persona ad attendere con calma quando si trova davanti a frustrazione, avversità, sofferenza. A partire da questa definizione semplice e intuitiva hanno distinto tre diversi tipi di pazienza.

  • La pazienza nelle relazioni con gli altri (per esempio la capacità di insegnare a qualcuno qualcosa senza spazientirsi, o la capacità di restare calmi davanti a persone che manifestano rabbia o irritazione).
  • La pazienza nei confronti dei problemi della vita: sapere attendere in una situazione di crisi (ecco, per esempio, la pazienza nell'attendere che l'attuale crisi sanitaria si risolva e ci consenta di recuperare la nostra libertà di movimento; o anche il lungo e paziente lavoro di elaborazione di un lutto, di una perdita, senza pretendere di superarlo subito).
  • La pazienza nei confronti dei contrattempi della vita quotidiana: restare bloccati nel traffico, dover fare la fila, aspettare un treno che ritarda.

I ricercatori hanno verificato, testando diversi gruppi di persone, che essere pazienti facilita il raggiungimento degli obiettivi e anche il senso di soddisfazione, soprattutto quando ci troviamo a dovere affrontare degli ostacoli. Hanno anche provato a sottoporre un gruppo di persone a un vero e proprio allenamento e si sono accorti che la pazienza, volendo, si può coltivare.

Come imparare la pazienza

Ho guardato un po' in giro e curiosamente alcuni dei metodi consigliati per imparare a essere più pazienti sono collegati ad articoli che ho scritto negli ultimi mesi. Si vede che anche senza rendermene conto sto girando da un po' attorno a questo argomento.

Un metodo per diventare più pazienti è leggere un classico: uno di quei bei libri di una volta, lunghi, e scritti con un linguaggio corposo e una sintassi elaborata. Ne ho parlato proprio nell'articolo del mese scorso: Maryanne Wolf - una neuroscienziata che si occupa di studiare cosa avviene nel cervello durante la lettura - parla proprio di una forma di impazienza cerebrale che può prenderci nell'affrontare letture complesse quando ci siamo troppo abituati alla scrittura semplice e immediata che va per la maggiore nel mondo digitale. Ecco, un modo per allenare la nostra pazienza, nella lettura e nella vita, è riprendere in mano un classico ed entrarci dentro piano piano. Forse all'inizio facciamo fatica, ma se ci diamo il tempo per abituarci, magari scopriamo un modo di leggere diverso, fatto di lentezza e di pazienza, e chissà... potremmo scoprire che ci piace e che ci rende più calmi e focalizzati, e ci fa, tornare a casa.

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Natura morta con mele - Paul Cezanne - 1890

Un altro metodo consiste nel mettersi davanti a un'opera d'arte e osservarla per un tempo lungo, venti minuti, mezz'ora. Di una pratica di questo tipo avevo scritto nell'articolo dedicato all'attenzione. Mentre alleniamo la nostra attenzione a stare ferma, senza schizzare da un contenuto all'altro, alleniamo anche la nostra pazienza: al fondo è la stessa cosa. In entrambi i casi veniamo premiati con lo scoprire, nell'opera che abbiamo davanti, particolari che a un primo sguardo ci erano completamente sfuggiti. A riprova del fatto che quando fruiamo di certi contenuti in modalità mordi e fuggi ci perdiamo un sacco di cose, impoveriamo la nostra esperienza.

Terzo metodo per imparare la pazienza: dedicarsi un po' al giardinaggio, partendo dai semi. La crescita di una pianta più di tanto non la possiamo accelerare. Se pianto un seme in febbraio, dovrò aspettare il primo sole di marzo per vederlo spuntare e dovrò attendere ancora la primavera inoltrata per avere una bella pianta verde o addirittura un fiore. Ecco, le piante sono grandi insegnanti di pazienza.


Pazienza e ansia (2)

C'è una frase attribuita alla maestra Zen Charlotte Joko Beck che la dice lunga sulla natura dell'ansia.

L'ansia è sempre un vuoto che si genera tra il modo in cui le cose sono e il modo in cui pensiamo che dovrebbero essere; è qualcosa che si colloca tra il reale e l'irreale. Noi desideriamo evitare ciò che è reale e rimanere invece aggrappati a una nostra immagine ideale della realtà, per sua natura irreale. L'idea è separata dalla realtà, e l'ansia è il vuoto che si genera tra idea e realtà. Nel momento in cui smettiamo di credere nell'immagine ideale che abbiamo creato, che ci sposta di fatto ai margini della realtà, le cose tornano di scatto al centro. Questo è ciò che significa essere centrati. L'ansia a quel punto svanisce.

Dovrebbe essere tratta da un libro che si intitola Niente di speciale, che però io non ho letto e non sono stata capace di verificare la citazione. Prendiamola per buona ;)

Mentre leggevo il libro sulla Pazienza di Gabriella Caramore mi sono imbattuta in una citazione di Romano Guardini, un teologo e scrittore vissuto nella prima metà del secolo scorso.

La pazienza autenticamente viva è tutto l’uomo esistente nella tensione fra ciò che vorrebbe avere e ciò che ha; fra ciò che vorrebbe fare e ciò che riesce a fare di volta in volta; tra ciò che desidera essere e ciò che realmente è.
Il reggere in questa tensione, il raccogliersi continuo verso la possibilità dell’ora: questa è la pazienza.  (...) In qualsiasi modo ci sia stata affidata la vita, il nostro lavoro per la sua crescita avrà successo soltanto se lo si fa con questa forza tranquilla e profonda. Esso somiglia al modo con cui la vita cresce da sé.

Ho trovato i due concetti sorprendentemente affini. Quel vuoto, quello scarto tra le cose così come stanno e il modo in cui dovrebbero essere secondo noi, è il luogo in cui si genera l'ansia - il sentire che siamo sbagliati, che le cose non vanno bene, che dobbiamo spingere, tirare, correre, brigare, per diventare simili all'ideale che abbiamo di noi stessi e della vita, e la paura, continua, che qualcosa possa andare storto. L'approccio Zen ci dice che questo vuoto lo possiamo riempire solo se mettiamo da parte l'ideale, la tensione, e accettiamo profondamente le cose così come sono. L'approccio occidentale ci dice che in quel vuoto, in quella distanza tra quello che è e quello che desideriamo, ci sta una tensione feconda, una forza tranquilla; ci sta la pazienza: e se ci mettiamo la pazienza, allora l'ansia non ha più ragione di esistere.

Quel raccogliersi continuo verso la possibilità dell'ora mi suggerisce che le due idee, forse, non sono poi così distanti. Non mi so addentrare in riflessioni filosofiche, non ho gli strumenti, però mi sembra che queste due citazioni affiancate stiano bene e ci raccontino molte cose.


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