Newsletter maggio 2026 -
La prima volta che ho sentito la parola cherofobia è stato guardando la trasmissione X Factor.
È il termine per indicare la paura di essere felici. Una forma di ansia anticipatoria, un meccanismo di difesa, dietro il quale si nasconde una convinzione: se accade qualcosa di bello, se stiamo bene, se arriva una soddisfazione, c’è sempre un prezzo da pagare.
Se vivi una grande felicità, significa che dietro l’angolo c’è una tragedia in arrivo.
Un po’ come se esistesse un meccanismo di compensazione, un gioco a somma zero.
Ho letto qualche articolo in giro, e non mi sembra che ci sia una visione univoca di cosa sia la cherofobia.
Qualcuno insiste sul meccanismo difensivo – ci si prepara al peggio per non restare delusi se poi le cose vanno male. Altri parlano di una vera e propria avversione nei confronti delle emozioni positive. Oppure di una forma di senso di colpa: essere convinti di non meritare la felicità.
Probabilmente è un termine ombrello sotto il quale si possono comprendere diverse cose.
Io sperimento qualcosa di simile quando sono sulla soglia di qualcosa di importante.
Mi è successo molti anni fa, prima di cambiare casa. È stato difficile trovarla perché i soldi erano pochi. Arrivati a pochi mesi dal trasloco ero convinta che mi sarebbe successo qualcosa di brutto perché mi sembrava troppo bello per essere vero. Qualcosa di simile mi è capitato dopo avere dato le dimissioni, durante il periodo del preavviso. Pensavo che non sarebbe mai arrivato il giorno in cui avrei potuto davvero smettere di andare in ufficio. Ancora mi è successo di recente, dopo quel momento faticoso dal quale mi sono ripresa in fretta – troppo in fretta mi ripetevo, vedrai che tra poco crolla tutto.
Non so se abbia molto senso mettere delle etichette alle cose che proviamo. Credo che sia sbagliato considerare tutto come “patologico”, ma nello stesso tempo trovo che sia positivo che esista una parola per definire le nostre emozioni.
Non mi sarebbe venuto in mente che si possa avere paura della felicità, e invece ho capito che potevo fare rientrare lì una serie di pensieri e di emozioni che facevo fatica a spiegarmi.
Mi sento, nonostante tutto, in una fase positiva. Non da giorni, né da mesi, forse da un annetto circa. Ho attraversato in precedenza un periodo piuttosto lungo di progressiva perdita di fiducia in me stessa. Poi - non ho capito di preciso per quale motivo - un anno fa circa ho cominciato a sentirmi meglio nei miei panni. Mi preoccupo di meno del futuro e di quello che pensano gli altri. Non mi interessa più così tanto essere capita, mi arrabbio di meno quando vedo cose che non mi piacciono, non ho più la pretesa che il mondo sia conforme ai mei standard. Lascio più andare, sono meno perfezionista, accetto l’imprevisto.
Quando provo queste cose la parte di me ansiosa si mette sull’attenti: ehi, non penserai mica di abbassare la guardia?
E invece sì, lo sto facendo. Mi accorgo che così posso essere almeno un po’ felice, e invece di scappare a gambe levate mi dico che, forse, arrivata a questo punto della mia vita, me lo posso anche permettere.
Arrivederci Miao
Ho comprato questo libricino - Arrivederci Miao. Perché il nostro amato gatto non ci lascerà mai - poco tempo dopo la morte dei miei amati mici. L’ho tenuto per mesi sul comodino prima di decidermi a leggerlo.
Conosco l’autrice perché anni fa scrisse un bellissimo articolo su La rana bollita. Uscì su una famosa rivista cartacea, con tanto di foto e lunga intervista.
Monica Marelli è una grande amante dei gatti, oggi disegna nella sua Bottega dei Piumini, dedicata proprio a un micio speciale.
Leggendo il suo libro ho trovato rispecchiati tanti pensieri ed emozioni che ho provato con i miei gatti anziani e malati. Parole semplici, quotidiane, che mi hanno fatto sentire meno sola. È bello quando leggi qualcosa e pensi: ah ecco, questo succede anche a me.
Il lutto per la perdita di un gatto, o di un cane, può essere molto doloroso, dipende da come si vive il rapporto con i nostri amici quadrupedi. È un lutto poco riconosciuto. Non tutti lo capiscono e ci si può sentire a disagio se qualcuno minimizza.
La morte resta per noi un mistero. Anche i gatti sono un mistero, con la loro presenza quieta, il loro essere affettuosi e indipendenti, l’istinto a nascondere il dolore, le loro incomprensibili abitudini e preferenze. Non capisci mai se vogliono essere rassicurati e protetti o se sono loro che vogliono proteggere te.
I nostri pet ci danno amore incondizionato. A loro non importa se lavori tanto o poco, se sei vestito bene o male, se hai i capelli all’ultima moda o sfoggi l’ultimo modello di cellulare.
A loro importa solo una cosa: l’accudimento. Pappa, coccole, gioco, un luogo sicuro in cui dormire.
È un legame di affetto “senza fronzoli”, basato solo sulle autentiche necessità di un essere vivente.
Torno agli haiku. Questo di Kobayashi Issa infonde molta serenità.
perle di rugiada:
in ognuna vedo
il mio villaggio
Buona domenica, a presto. Ci rileggiamo a giugno.
Marina
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