Newsletter giugno 2026-
Abbiamo da qualche mese un nuovo gatto in casa. È stato abbandonato in gattile quando aveva otto anni. Adesso ne ha dieci, e non sta molto bene di salute. L'altro giorno aspettavo che la veterinaria mi richiamasse perché dovevo aggiornarla, dopo un paio di problemi di comunicazione che c’erano stati nei giorni prima.
Mentre aspettavo mi domandavo: cosa faccio se anche stavolta non risponde? Interrompo la terapia o continuo? E a chi mi posso rivolgere? Cinque minuti dopo ero su internet a consultare le pagine di un’altra clinica e stavo già inviando messaggi a mio marito su quello che secondo me avremmo dovuto fare se questa veterinaria si fosse dimostrata inaffidabile.
Ogni volta che mi trovo a dovere affrontare una situazione la mia mente si mette a costruire scenari. Comincio a pensare e se … e se… e per ogni se cerco una soluzione.
Anche sul lavoro facevo così. Quando avevo la sensazione che potesse insorgere un problema non stavo bene se prima non avevo pensato a una soluzione. Cercavo di essere sempre almeno due passi avanti.
Ragionare così in molti casi è in effetti un vantaggio. Ti trovi spesso pronta ad affrontare gli imprevisti... perché in realtà li hai già previsti.
Ma di recente mi sono accorta che tutto questo ha un prezzo molto alto.
Ragionare così è stancante. Ti porta a vivere sempre in allerta. Per ogni situazione che affrontiamo gli scenari che si possono aprire sono tanti. Pretendere di identificarli tutti e di trovare una soluzione è faticoso. Drena in continuazione energie che potrebbero invece essere impiegate in qualcosa di immediatamente costruttivo.
La realtà poi è sempre capace di sorprenderci. Perché sì, è vero che le cose spesso non vanno come speriamo, ma lo fanno in modo imprevedibile. Quindi tu hai fatto tutti i tuoi ragionamenti, hai predisposto gli scenari, ma quello che succede è una cosa ancora diversa, alla quale non avevi pensato.
Hai trovato soluzioni a problemi che non si verificano, e ti ritrovi comunque con un problema nuovo che non sai come risolvere.
Insomma è una fregatura.
Io non so se esiste un modo per smettere di essere così. Però credo che già rendersi conto dei costi sia un notevole passo avanti. Vedere quanta energia si disperde nel tentativo di controllare il futuro, mentre l’unico momento che possiamo controllare è quello presente – e spesso nemmeno quello.
Mi voglio impegnare a cambiare almeno un po’ da questo punto di vista. Non voglio certo diventare una di quelle persone sprovvedute e disorganizzate. Ma nemmeno voglio essere schiava di questo bisogno compulsivo di prevedere sempre tutto, perché è faticoso e non così utile.
Credo che nascosto dietro tutto questo ci sia un tema preciso: la mancanza di fiducia in se stessi. Perché per smettere di preoccuparsi in anticipo bisogna avere fiducia nella nostra capacità di risolvere i problemi quando si presentano.
Non ha senso provare a rassicurarsi: vedrai, andrà tutto bene.
Non funziona così, già lo sai che i problemi e le difficoltà ci sono. Funziona molto meglio questa posizione interiore: non te ne preoccupare ora, quando ci sarà il problema sarai in grado di affrontarlo.
Forse è questo il punto più difficile: non imparare a prevedere meglio, ma imparare a restare dentro le cose mentre accadono.
Tipo aspettare una telefonata senza iniziare subito a riscrivere tutte le possibili versioni della storia. Restare un po’ di più in quello spazio in cui non sappiamo ancora niente, senza correre a ridurre l'incertezza.
Il gatto, nel frattempo, dorme. Fa quello che può, senza preoccuparsi di come andrà domani.
Per cominciare, può bastare anche solo questo: accorgersi quando la mente corre troppo avanti e riportarla indietro, per un momento, a quello che c’è adesso.
Io so perché canta l'uccello in gabbia
Negli ultimi tempi sono in difficoltà con le letture. Mi imbatto sempre più spesso in romanzi deludenti e mi rendo conto che i libri che mi sono rimasti nel cuore sono stati scritti molto tempo fa.
Io so perché canta l’uccello in gabbia, di Maya Angelou – di cui forse da qualche parte ho già parlato – è uscito nel 1969 e mi ha colpito fin dal titolo che è già una poesia:
Si tratta di un memoir ed è un ottimo esempio di come le storie personali andrebbero scritte: non guardandosi l’ombelico ma distillando dalla propria esperienza qualcosa che parli a molti. Non è affatto facile, e solo gli scrittori particolarmente bravi lo sanno fare.
Maya Angelou racconta una parte della sua vita, cominciando da quando, ancora bambina, viene mandata in Arkansas dai nonni dopo la separazione dei genitori. Il libro comincia con due bambini piccoli in viaggio da soli in treno, e prosegue con il racconto della vita quotidiana di un vecchio emporio nella provincia americana degli anni ’30.
Maya affronta la povertà, il razzismo, la fragilità degli affetti, il tradimento di chi dovrebbe proteggerti, e lo fa sempre con uno sguardo dolceamaro, in un raro equilibrio tra sofferenza e meraviglia nei confronti della vita.
È un libro che racconta, che mostra delle cose, e non indulge in sentimentalismi né ha bisogno di calcare la mano sulla drammaticità, anzi, c’è qualcosa di lieve in questa bambina, poi giovane donna, che prende a poco a poco consapevolezza di sé.
Anche per questo mese vi saluto con un Haiku. È di Masaoka Shiki
Due monete in offerta,
e in prestito la frescura
della veranda del tempio
Ci rileggiamo presto, intanto buona domenica e buona settimana!
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