Newsletter luglio 2026 -

L’altro giorno mentre stavo preparando la colazione ho sentito salire una punta di irritazione.

Da quando ha cominciato a fare caldo, al mattino mangio pancake con la crema di mandorla (o di arachidi) assieme a frutta mista, bevo del succo di frutta e un orzo.

Sbucciare la frutta, farla a pezzetti, scaldare il pancake, preparare l’orzo. Mi è sembrata una procedura troppo lunga per una colazione.

Ci vuole tempo, mi sono detta, e non mi sembra di averlo.

In realtà non è vero, ce l’ho, perché ormai da diversi anni non devo più correre in ufficio ogni mattina. So di essere una privilegiata per questo, e ogni tanto me ne vergogno, anche se è una scelta che ha avuto comunque dei costi che da fuori non si vedono.

Mi è tornato in mente un post visto su Instagram, che diceva più o meno questo: gli inviti alla vita lenta sono roba da privilegiati, perché la gente normale è costretta a correre. L'ho trovato fastidioso, e all'inizio non capivo perché, visto che un fondo di verità c'è — tra lavoro, figli piccoli, genitori anziani, spostamenti, ci sono tante persone costrette a ritmi serrati. E solo chi è benestante può permettersi di comprare tempo sotto forma di aiuto domestico, baby sitter, un lavoro part-time, servizi vari.

Però nello stesso tempo ho pensato a quello che vedo attorno a me. Persone stressate perché devono assolutamente strofinare il lavandino tutti i giorni, andare in palestra tre volte a settimana e fare almeno un paio di aperitivi, perché un po’ di vita sociale bisogna pure averla. Penso alle feste per i bambini che una volta erano piccoli ritrovi casalinghi e adesso sono diventati grandi eventi. Alle mani sempre curate dall’estetista, i capelli freschi di piega. Il bisogno di fare sempre qualcosa per sfuggire alla noia o alla fomo.

Standard che si sono alzati senza che nessuno li abbia davvero scelti — si fanno cose perché le fanno gli altri, perché ormai si fa così.

E allora la domanda è: quando diciamo di non avere tempo, è sempre vero? O ci siamo solo caricati di impegni che nessuno ci ha chiesto, e che scambiamo per necessità?

Non tocca a me dire cosa è necessario per un'altra persona. Ma resto convinta che la lentezza non sia solo un privilegio economico — è anche una scelta, di chi decide che il pavimento può restare sporco mentre si legge un libro, che si può saltare una serata fuori, che non tutti i giorni di ferie devono tradursi per forza in un viaggetto.

Ma questo è solo un aspetto del problema. Quello diciamo sociale.

C’è poi il modo personale che ognuno di noi ha di rapportarsi al tempo.

La percezione del tempo - del suo scorrere, del fatto che sia o meno ben speso - è molto soggettiva.

Credo sia uno stato mentale, più che una questione di orologio. A me per esempio capita di mettermi a lavorare e sorprendermi quando arriva sera, però tre minuti per sbucciare un kiwi mi sembrano una perdita di tempo intollerabile. Credo che accada perché sono quel tipo di persona che vive molto nella testa e meno nel mondo.

È una forma di sbilanciamento. C'è chi vive l'esatto opposto, a proprio agio nel fare più che nel pensare: non c'è niente di sbagliato in nessuna delle due cose, ma quando l'asimmetria è troppo marcata, vale la pena metterci una pezza. Per questo mi sto allenando a fare colazione lenta. Sbucciare la frutta è diventata la mia forma di meditazione.


Quattromila settimane

Questo mese il consiglio libresco è perfettamente in linea con il tema della newsletter. Oliver Burkeman è un giornalista inglese che per quasi 15 anni ha tenuto una fantastica rubrica dal titolo This Column Will Change Your Life. La leggevo sempre nella traduzione italiana che pubblicava Internazionale, e devo dire che un po’ ne sento la mancanza.

Quattromila settimane corrispondono circa a 80 anni di vita. Sono poche? Sono molte?

L’ossessione contemporanea per la gestione del tempo, per sfruttarlo bene, per non cacciarlo via, è legata al fatto che il mondo oggi ci offre più possibilità di quelle che possiamo cogliere.

Da qui può nascere un’ansia di fondo: la sensazione che la vita sia troppo breve e che per renderla degna di essere vissuta sia necessario riempirla di esperienze.

Il mondo moderno ci fornisce una riserva infinita di attività che sembrano imperdibili, e noi siamo costretti ad affrontare l'insanabile e inevitabile divario tra ciò che vorremo e ciò che è possibile.

La risposta non è fare più cose possibile, ma imparare a fare i conti con la nostra finitudine e con il fatto che non abbiamo un vero controllo su quello che ci accade e sul tempo a nostra disposizione.

Il libro di Burkeman è interessante perché propone diverse strategie per migliorare il nostro rapporto con il tempo: non per gestirlo meglio, ma per accettare che non tutto può essere ottimizzato, e che spesso nelle cose che facciamo – come sbucciare la frutta a colazione – c’è più valore di quello che tendiamo ad attribuirgli.

Abbandonata la zavorra della definizione irrealistica di "vita ben vissuta", siamo liberi di pensare che molte delle cose che già facciamo valgono più di quanto sospettassimo, e che finora le avevamo inconsciamente sottovalutate perché troppo ordinarie. In quest'ottica, preparare un pasto nutriente per i nostri figli rimane importante anche se non ci farà vincere nessun premio culinario, e vale comunque la pena di scrivere un libro che qualcuno dei nostri contemporanei troverà interessante, anche se non siamo Tolstoj. O ancora, qualsiasi scelta di carriera è degna di una vita lavorativa, se rende le cose un po' migliori per le parti coinvolte.

Ansia e caldo

Mentre vi scrivo è passata da qualche giorno una delle ondate di calore più pesanti che io ricordi. Domenica scorsa mentre ero al supermercato non mi sono sentita bene, e quel malessere, pur essendo durato pochissimo, ha funzionato da trigger per l’ansia.

E via con la sensazione di non respirare bene, battiti in gola, gambe molli, giramenti di testa.

Venerdì sono andata dal dottore, ho misurato la pressione. Era bassa e questo in un certo senso mi ha sollevata perché ho pensato: ah ok, se mi sento così allora c’è una ragione oggettiva, e non è niente di grave.

Ma in realtà avevo già cominciato a stare meglio giovedì, quando le temperature sono scese.

Perché ve lo racconto qui in calce a questa newsletter?

Perché sono sicura che non è successo solo a me. Abbiamo vissuto, e probabilmente vivremo ancora, condizioni estreme che metto alla prova il nostro corpo. Per chi è ansioso il malessere può risultare amplificato e fare scattare una serie di allarmi che si traducono in sintomi.

Già saperlo risolve metà del problema perché ci aiuta a non innescare il circolo vizioso di ansia che chiama altra ansia che chiama altro malessere eccetera eccetera.

Prendiamoci cura di noi a partire dalle cose più banali – qualcuno ha detto idratazione? E respiriamo.


Vuoi ricevere anche tu questa newsletter ogni mese al tuo indirizzo di posta elettronica? Clicca il pulsante qui sotto per iscriverti. Avrai accesso anche a tutti i contenuti gratuiti riservati su scrittura mindfulness.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER