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Negli ultimi tempi ho letto diversi di libri di tipo autobiografico. Mi piacciono particolarmente i memoir, che sono racconti ben focalizzati su un tema o su un arco temporale circoscritto (spesso entrambe le cose). Nei memoir, a differenza di quello che accade nelle autobiografiche classiche, a essere in primo piano è soprattutto la verità emotiva di chi racconta. Non sono tanto importanti i riscontri fattuali, gli eventi, il chi, come, dove e quando, ma il vissuto personale, la memoria, ciò che chi scrive ha imparato dalla sua esperienza.

Mi piace leggere questo genere di libri perché mi consentono di avvicinarmi a esperienze molto distanti dalle mie.

A volte mi capita di sentire l'espressione può capire solo chi ci è passato e ogni volta penso: sì, è vero, ma è valido per ogni cosa, per ogni esperienza: la capisci appieno solo quando la vivi anche tu. Però l'essere umano è dotato di una capacità che prende il nome di empatia, che ci permette di immaginare e comprendere le emozioni e le esperienze degli altri anche senza averle provate direttamente sulla nostra pelle. Ecco i memoir secondo me sono uno strumento fondamentale per accrescere la quota complessiva di empatia circolante nel mondo.

Storia di un corpo

Nel libro che ho appena finito di leggere, il protagonista è un corpo, un corpo malato, colpito da una malattia degenerativa che rende progressivamente sempre più complicata e difficile da gestire la quotidianità. Il punto di vista di chi racconta è quello di un uomo, ricco e di successo, dotato sicuramente di mezzi materiali ma anche di risorse interiori per elaborare la sua esperienza e per raccontarla.

Sto parlando di Michael J. Fox e del suo ultimo libro che si chiama: Il futuro è stato bellissimo.

Piccolo recap per chi non lo conoscesse (anche se è difficile visto che è universalmente famoso). Michael J. Fox è un attore, anche se ormai da qualche anno non lavora più. È diventato molto popolare negli anni ottanta con la sit-com Casa Keaton, e sempre negli stessi anni è stato il protagonista della trilogia cinematografica Ritorno al futuro. Avevo già letto un altro suo libro precedente, Lucky Man, nel quale tra le altre cose aveva anche raccontato che durante i primi anni della sua carriera ha sofferto molto della classica sindrome dell'impostore.

Quando aveva poco più di trent'anni, ha scoperto di avere una forma precoce del morbo di Parkinson. È una malattia che di solito si evolve lentamente - lui inizialmente ha scelto di tenerla nascosta e ci è riuscito per molti anni - ma che porta inesorabilmente ad avere problemi sempre più gravi nel controllo dei movimenti e nell'equilibrio. Non si tratta solo di avere qualche tremore, come spesso si pensa. È una malattia per la quale non esiste cura, e quando ti colpisce da giovane, sai che sei predestinato a una vita che sarà via via sempre più complicata e imprevedibile.

Michael J. Fox ne ha sempre parlato con toni incoraggianti e con piglio ottimista. Nel 2000 ha creato una fondazione per la ricerca sul morbo di Parkinson e si è molto raccontato nei suoi libri (ne ha scritti quattro in tutto, ma solo due tradotti in italiano).

Il suo però non è quell'ottimismo ottuso e stucchevole di chi afferma che la malattia è un dono, o che il dolore fa crescere, e cose del genere. È piuttosto l'ottimismo di chi capisce che nella vita l'unica cosa sensata che puoi fare è imparare a fare i conti con quello che ti capita, o, per dirla con le sue parole

accogliere la vita nel termini che ci offre.

E certe volte questi termini possono essere davvero molto complicati e dolorosi. Per esempio quando oltre ad avere una malattia degenerativa incurabile, te ne viene addirittura un'altra, grave e complicata da curare.

Nel 2018 infatti, anno che Fox definisce come il peggiore della sua vita, si è accorto di avere anche un tumore alla spina dorsale, che non era correlato al Parkinson, e si è dovuto sottoporre a una operazione chirurgica delicata e poi a un lunghissimo periodo di riabilitazione. E, ciliegina sulla torta, quando aveva cominciato a vedere la famosa luce in fondo al tunnel, è caduto, si è rotto malamente un braccio, e tutto questo proprio il giorno in cui doveva andare a girare una piccola parte in un film di Spike Lee.

Insomma c'è davvero di che perdere la speranza.

Il futuro è stato bellissimo ruota attorno a questo nucleo direi piuttosto drammatico, ma lo fa in modo godibile, con tanti aneddoti, a tratti anche molto divertenti.

Ci sono parti in cui Fox descrive in modo così dettagliato la sua condizione fisica che, lo ammetto, in qualche momento mi è venuta un po' di ansia. Ma l'ho accolta con piacere perché era segno che quello che stavo leggendo era efficace nel rappresentare una condizione che non conosco (sai quel fatto dell'empatia a cui accennavo prima).

Noi siamo abituati a considerare scontato il movimento. In questo momento io sto digitando in modo piuttosto veloce alcune parole sulla tastiera. Ci sono milioni di collegamenti nel mio cervello che me lo consentono e milioni di impulsi che dal cervello partono per far sì che le mie dita eseguano i comandi. In qualunque momento mi posso alzare, andare in cucina, aprire il frigorifero, prendere un bicchiere d'acqua, e tornare a sedermi. E posso farlo senza avere paura di cadere e senza nemmeno prestare troppa attenzione a quello che sto facendo. Posso pensare ad altro e intanto cervello e corpo continuano a funzionare in perfetta armonia e in ogni momento, anche senza farci caso, continuo a percepire in modo corretto la posizione del mio corpo che si muove nello spazio.

Ed è meravigliosamente semplice finché tutto funziona, ma se smette di funzionare allora diventa tutta un'altra faccenda.

Cado una o due volte al giorno, spesso di più, ma ho imparato a farlo con maggiore efficienza e senza correre troppi rischi. Devo semplicemente accettare questo fatto come parte della mia routine. Ho imparato ad accettare anche un altro fatto: ho bisogno di consultare un elenco di scelte prima di intraprendere qualsiasi azione. Per esempio: c'è un bicchiere pieno sul tavolo di fronte a me; lo devo prendere e trasportare dall'altro lato della stanza. Che faccio? Prima mi alzo e poi lo prendo in mano? Oppure lo prendo da seduto e poi in un secondo momento mi alzo? E poi: lo prendo con la sinistra? È stabile? Quale piede sposto in avanti per primo? A seconda di come sono orientato potrebbe essere meglio il sinistro, ma se qualcosa va storto l'andatura del destro potrebbe risentirne. Anche se non cadessi, rischierei come minimo di rovesciare il bicchiere. Ciò apre un secondo ventaglio di possibilità: è meglio prendere la via più breve e attraversare in diagonale il tappeto al centro della stanza o seguire il perimetro e costeggiare i muri come un topolino? (...)
Scelte.
Queste conversazioni tra me e me avvengono migliaia di volte al giorno e, solitamente, tra me e me, almeno uno dei due sa cosa fare.

Il leopardo che non vedi

A dispetto del tono che è sempre brillante e spesso giocoso, le ombre che emergono dal racconto non sono poche. C'è infatti da fare i conti con la paura di un futuro incerto, in cui bisogna convivere con una malattia che per sua natura è destinata ad aggravarsi, con problemi non solo relativi al movimento ma anche di decadimento cognitivo e disturbi dell'umore (e mi pare il minimo).

Quello che mi è piaciuto di questa lettura è che non cade nella tentazione di offrire una versione edulcorata o consolatoria della realtà. Stare male fa schifo, su questo non ci piove. È spaventoso e anche una persona che sembra avere una disposizione d'animo ottimista a un certo punto se la deve vedere con l'angoscia, e con la paura che anche la mente possa finire con il franare assieme al corpo.

Queste paure, nel libro, entrano in scena durante un safari in Tanzania, attraverso l'incontro - reale e metaforico assieme - con due leopardi.

Il primo leopardo è reale, concreto, lo puoi vedere e sai anche cosa devi fare per difenderti. Sono i rischi, i pericoli, i dolori che in qualche modo conosciamo. Ma la paura peggiore è per un altro leopardo, quello nascosto, quello che non vedi, che potrebbe (o non potrebbe) decidere di azzannarti da un momento all'altro.

Sono i pericoli sconosciuti a innescare la paralisi: l'oscurità, la confusione, la solitudine, la fragilità

Ed è per questo che più tempo passa più io personalmente mi convinco che i problemi è bene affrontarli a viso aperto. Da brava ansiosa ho una certa tendenza a evitare, respingere, procrastinare le questioni più spinose della vita. Dove c'è un conflitto, una difficoltà, un potenziale problema, la mia tendenza naturale sarebbe quella di girarmi dall'altra parte. È una cosa però che con il passare degli anni faccio sempre di meno proprio perché ho capito che il leopardo fa più paura finché resta nell'ombra, e quindi, ogni volta che posso, provo a farmi coraggio e vado a guardarlo in faccia.

Questo libro riesce in una difficile opera di equilibrismo: parla di cose brutte, lo fa senza vittimismo ma anche senza quell'antipatica epica dell'eroe che combatte contro la fortuna avversa. Non ricorre mai alla facile metafora guerresca per raccontare la malattia. Non una volta in oltre trecento pagine compare l'espressione combattere contro il Parkinson o cose del genere. Le malattie non si combattono, si curano, quando è possibile, si leniscono e se ne ritardano gli effetti peggiori quando la guarigione non è possibile.

Alla fine tutto mi sembra racchiuso in queste poche parole che si trovano verso la fine del libro.

La verità è che io non voglio vivere così, ma ho trovato un modo di accettare il fatto che è esattamente così che vivo. Per ogni rischiosissimo viaggio da un capo all'altro di una stanza, quando i miei farmaci non stanno funzionando e i miei passi sono spezzettati e irregolari, ci sono anche occasioni in cui mi scordo della malattia. In quei momenti, inclusa questa serata con la mia famiglia, provo solo gioia e soddisfazione. In quei momenti ho tutto quello di cui ho bisogno.