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Già da diversi anni, per fortuna, i sintomi fisici dell'ansia mi lasciano abbastanza in pace.
È un sollievo enorme.
Continuo però a essere una persona molto ansiosa, e di recente ho capito che ci sono comportamenti apparentemente abbastanza normali che in realtà sono manifestazioni di un’ansia sempre sopra le righe.
Ormai credo che questa condizione sia per me cronica, però io sono quel tipo di persona che non smette mai di lavorare su di sé.
Quindi ecco le cose “ansiose” che faccio (ne faccio sicuramente altre, ma queste le ho bene messe a fuoco) e come sto cercando di lavorarci.
- Evitare di stare da sola con i miei pensieri
Passo molto tempo con la testa impegnata: leggo, studio, scrivo, creo contenuti, sempre in silenzio. Ma quando faccio qualcosa di manuale, le pulizie di casa per esempio, sento il bisogno di una voce che mi tenga compagnia, e metto su un podcast o un video.
Niente di strano, lo fanno in tanti. Mi sono accorta però che lo faccio anche per evitare di restare troppo a lungo sola con i miei pensieri. Mi serve una voce esterna perché la mia, in molti momenti, è sgradevole, piena com’è di dubbi e preoccupazioni.
Allora ho fatto questa prova: dieci minuti di silenzio, continuando a fare le mie cose.
Ho scoperto che in effetti sì, stare sola con i miei pensieri può farmi sentire a disagio. Ma accettare quel disagio, invece di scappare sempre, lo rende via via più sopportabile.
Non ho smesso di ascoltare podcast mentre pulisco casa, ma ogni tanto, deliberatamente, resto in silenzio.
A volte è piacevole, altre no; ma anche quando i pensieri non sono belli, dopo un po' scopro che non è così terribile, e riesco a rilassarmi comunque.
- Addormentarmi tardi
La sera mi metto a letto presto e penso: guardo due cose al telefono, poi leggo e quando mi viene sonno spengo la luce.
Da quel momento in poi nella mia testa si scatena un’orchestra sinfonica.
Mi metto a prendere appunti per il libro che sto scrivendo, guardo siti di shopping online, mi consulto con l’intelligenza artificiale su qualche nuovo progetto, guardo dove potrei andare per la prossima vacanzina, scorro il feed dei social.
A volte a un certo punto mi decido a prendere in mano il libro, ma tempo due pagine mi addormento. Altre volte invece passo direttamente dalla modalità iper-attiva al sonno.
Ho notato che quando succede così, non dormo bene e al mattino mi sveglio più ansiosa.
Quello che sto facendo per migliorare è usare un timer. Alle 23 metto il telefono dentro il cassetto e prendo il libro.
Lo faccio sempre? Confesso di no, non ho sempre la forza d’animo di contrastare questa inerzia serale. Però quando lo faccio mi accorgo subito del beneficio: dormo meglio e il risveglio è più dolce.
- Andare di fretta
Mi sento sempre in ritardo, anche quando non lo sono. A volte sono in anticipo, provo a prendermela comoda, ma mi metto a fare troppe cose, e in un battito di ciglia... sono in ritardo.
Anche quando l'orario non è un problema, tendo a fare tutto come se ci fosse un'urgenza: passare da una stanza all'altra, camminare per strada, prepararmi per uscire — sempre di corsa.
Fare le cose in fretta sembra positivo: più veloce sei, più cose riesci a fare. Ma la domanda è: guadagno davvero qualcosa?
Risparmiare qualche secondo nel muovermi da una stanza all'altra migliora davvero la mia giornata, o sto solo dicendo al mio sistema nervoso che siamo in perenne emergenza?
Quando me ne accorgo mi blocco e rallento deliberatamente. È un modo per dirsi: non sta succedendo niente di grave, non c'è nessuna emergenza, va tutto bene.
Le pittrici proibite
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Questo mese approfitto dello spazio dedicato ai libri per parlare del mio romanzo appena uscito: Le pittrici proibite [link affiliato].
Ho già inviato una newsletter speciale per l’occasione, ma qui voglio raccontare qualcosa di più personale.
Quando ho cominciato a lavorare a questa storia, volevo parlare di una pittrice poco conosciuta: Ginevra Cantofoli, a cui è stato attribuito, in tempi recenti, un quadro molto importante del Seicento.
Mi attirava il contrasto tra un dipinto diventato iconico e una pittrice silenziosa, che aveva lasciato pochissime tracce di sé.
Studiando il materiale storico ho scoperto che la strada di Ginevra si era incrociata con quella di un'altra pittrice, tutt'altro che sconosciuta: Elisabetta Sirani.
Non potevo parlare dell'una senza parlare dell'altra. Ma Elisabetta Sirani mi faceva paura.
Le fonti la raccontano come una personalità fortissima: talentuosa, decisa a imporsi, veloce, piena di inventiva — tanto abile da diventare la prima pittrice della città e ricevere commissioni sempre più prestigiose.
Avevo paura a misurarmi con un personaggio così. Paura di non saperne scrivere.
Ho trovato un modo obliquo di avvicinarmi a lei — chi leggerà il romanzo capirà cosa intendo.
E la cosa bella è che più scrivevo di lei, più quella paura si allontanava. Non mi metteva più in soggezione: anzi, le scene in cui è presente sono forse tra le più vive del romanzo.
Condivido volentieri questo retroscena, perché è esattamente quello che intendo quando dico che la scrittura è sempre terapeutica, anche quando si scrivono romanzi.
In ogni progetto scopro qualcosa di nuovo su di me, e alla fine mi ritrovo sempre un po' cambiata.
Vi lascio, come sempre, un Haiku.
silenzio:
graffia la pietra
la voce delle cicale
[Matsuo Basho]
Ci risentiamo a ottobre!

